mercoledì 13 ottobre 2010

Adventureland


Regia di Greg Mottola
Titolo originale: Adventureland
Produzione: USA 2009 Walt Disney
Sceneggiatura: Greg Mottola
Fotografia: Terry Stacey
Scenografie: Stephen Beatrice
Musiche: Yo la Tengo
Genere: Commedia
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Martin Starr, Bill Hader, Ryan Reynolds
Data di uscita: 10/07/2009
Durata: 107’



Esce in piena stagione estiva, solitamente avara di pellicole interessanti, il nuovo film del promettente Greg Mottola, che con la sua opera prima Suxbad – Tre menti sopra il pelo aveva sbancato il botteghino americano ottenendo un discreto successo anche dalle nostre parti. Certo è che la Disney non deve aver creduto molto nella pellicola, che paga la scarsa visibilità del misero afflusso estivo verso le sale, nonostante si dimostri un piccolo romanzo di formazione romantico davvero delizioso.

Brennan (Jesse Eisenberg) è il tipico nerd americano, fresco di diploma si trova costretto a causa delle ristrettezze finanziarie familiari ad abbandonare i sogni di gloria di un estate di bagordi in Europa, ed a lavorare presso un Luna Park fatiscente e sfigato di Pittsburg, (l’Adventurland del titolo) per poter mettere da parte un po’ di risparmi per il college. Qui avrà modo di conoscere l’affascinante ed incasinata Em (Kristen Stewart) anche lei addetta ai giochi del parco, il musicista tuttofare Connell (Ryan Reynolds) e l’esuberante titolare del parco Bobby (Bill Hader) che gli regaleranno un’estate intensa difficile da dimenticare.

Attingendo di nuovo dalla sua storia personale, Mottola (che lavorò davvero nell’87 in un piccolo parco di Pittsburg chiamato Adventureland) scrive e dirige con sentimento e delicatezza un piccolo compendio di commedia romantica immerso nell’atmosfera reganiana, limitandosi a raccontare con arguzia e leggerezza il classico percorso di formazione del passaggio dalla giovinezza all’età adulta che il cinema ha ampiamente saccheggiato, forte però di uno script dai dialoghi ironici e taglienti, impreziosito da un cast giovane e talentuoso sui quali spiccano lo stralunato Eisenberg (già visto ne piccolo film indipendente Il calamaro e la balena), la star di Twilight, Kristen Stewart ed il sempre bravo, seppur sottovalutato, Ryan Reynolds; noto ai più forse maggiormente come marito della splendida Scarlett Johansson che per le sue doti recitative.
Nonostante tutta la pellicola sia costantemente pervasa dalla tipica sensazione di già visto, ha il pregio della sensibilità e della tenerezza malinconica dello sguardo disincantato, buonista ma mai retorico, dal sapore nostalgico delle vecchie commedie adolescenziali old-style, intriso di una colonna sonora composta di Hit dell’epoca che ben richiamano il sentimento crepuscolare e divertente dello Smell Like Teen Spirit che tutti rimpiangiamo.
Una piccola oasi rinfrescante nell’arido deserto estivo cinematografico.

VOTO 7,5

domenica 10 ottobre 2010

Inception


Regia di Christoper Nolan
Produzione: USA 2010 Warner Bros
Sceneggiatura: Christoper Nolan
Fotografia: Wally Pfister
Scenografie: Guy Hendrix Dyas
Musiche: Hans Zimmer
Genere: Drammatico, Azione
Con: Leonardo Di Caprio, Ken Watanabe, Marion Cotillard
Durata: 148’






Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è un abile ladro nell'arte dell'estrazione di informazioni dal profondo subconscio durante l'attività dello stato onirico, quando la mente è maggiormente vulnerabile. La sua figura è alquanto ricercata nell'ambito dello spionaggio industriale internazionale, ma ciò ha comportato anche la perdita della sua famiglia e di ciò che ha amato. Proprio per cercare di riconquistare i suoi figli accetterà la missione propostagli dall'industriale giapponese Saito (Ken Watanabe) e tenterà un'impresa improba, l'inception del titolo ossia il tentativo non di rubare informazioni bensì di innestare un'idea all'interno della mente di Robert Francis Jr. (Cillian Murphy), figlio ereditario di un colosso finanziario con lo scopo di frammentarne la società. Ma dovrà fare i conti con il suo passato sepolto nel suo inconscio, rappresentato dalla moglie Mal (Marion Cotillard).

Dopo i fasti della sua ultima pellicola, Batman - Il cavaliere oscuro il regista di culto Christopher Nolan (Memento/The Prestige) riesce a dar corpo al suo progetto più ambizioso e personale, su cui era a lavoro da dieci anni. Doveva essere un piccolo progetto ma l'hype che gira intorno alla sua figura di regista “atipico” che riesce a far coincidere film d'autore con gli incassi ai botteghini, ha fatto sì che le major lo coccolassero e gli dessero ampia libertà, un cast sontuoso ed un budget stratosferico per costruire il suo complesso puzzle visionario.

Il regista americano qui è alla sua prima prova senza l'ausilio del fratello Jonah alla sceneggiatura, un lavoro concepito e realizzato a cerchi concentrici, volutamente artificioso e sovradimensionato che mette a dura prova lo spettatore, soprattutto quello non abituato alle tortuosità degli script di Nolan. Una volta immersi però nel mondo e le atmosfere tipiche del suo registro stilistico tutto diviene apparentemente più nitido, salvo ritrovarsi nuovamente storditi dinanzi al solito gioco di specchi creato ad arte dalla penna del regista che non fa nulla per mitigare il senso di smarrimento che s'impadronisce di coloro che osservano lo svolgersi della narrazione tesa a disorientare negli intenti dell'autore che sulla perdita d'orientamento del pubblico ha costruito il suo cinema e da qui deriva tutto il suo fascino.
Fin qui nulla da eccepire, un articolato lavoro di sceneggiatura che s'innesta però sul tentativo dichiarato di combinare il cosidetto genere heist movie (film di rapina) con la sci-fi di matrice onirica, ed è qui che sorgono alcune perplessità. Tutta l'articolazione narrativa così affascinante ed elegantemente trasmessa si piega di fronte alle scene d'azione che finiscono per prendere il sopravvento nel plot narrativo esautorando tutto il lavoro certosino svolto in precedenza. Da non sottovalutare le simbologie nascoste nel film a partire dai nomi dei personaggi che rievocano personaggi mitologici o biblici (il nome del protagonista Cob sta per Giacobbe, Arianna che ha il ruolo dell'architetto è presa dalla “mitica” figlia di Teseo, quella del celebre filo per intenderci, e così via).

Il merito di Nolan è di aver costruito un mondo onirico, senza tuttavia abbandonarsi dalla materia instabile e sfuggente propria dei sogni, bensì scegliendo di imporre al subconscio una vera e propria grammatica, con le sue regole e le sue leggi, rendendo il tutto coerente ma soprattutto filmabile, dando una forma ed una logica ad un universo astratto ed illogico per natura. Nonostante quasi tutta la vicenda sia ambientata all'interno di un mondo onirico infatti non si ha la sensazione di sentirsi all'interno di posti creati dalla mente.
Vi è sottotraccia anche il parallelismo con il processo creativo cinematografico, che si compone con la stessa sostanza del lavoro onirico, ma ciò che più conta in questo intricato labirinto mentale è il controllo con il quale Nolan gestisce l'intera impalcatura narrativa ricostruita perfettamente con il suo gioco d'incastri che si rivela però così perfettamente congegnata quanto fredda e priva di quel palpito emotivo che pur ci si aspetta dalle sue pellicole. Qui lo scarto è più evidente che altrove ed il film ne risente, come a dire troppa cerebralità e poco cuore.
Dettagli che sembrano pagliuzze ininfluenti negli occhi del grande pubblico ma travi evidenti per i suoi fan più accaniti.

VOTO 7

venerdì 8 ottobre 2010

Rachel sta per sposarsi


Regia di Jonathan Demme
Titolo originale: Rachel get married
Produzione: USA 2008 Sony Pictures
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Fotografia: Declan Quinn
Musiche: Donald Harrison Jr.
Genere: Drammatico
Con: Anne Hataway, Rosemarie Dewitt, Bill Irwin, Debra Winger, Tunde Adebimpe
Data di uscita: 28/04/2009
Durata: 108’



Kym (Anne Hataway) in occasione del matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt) con il musicista di colore Sydney (Tunde Adebimpe) esce dal centro di riabilitazione in cui per l’ennesima volta è relegata per disintossicarsi dalle droghe. In un clima di festa ed intimità la famiglia si troverà di nuovo ad affrontare i fantasmi del passato che l’hanno lacerata, con al centro Kym come capro espiatorio.

Il regista newyorkese JonathanDemme, premio oscar nel 1992 con Il silenzio degli innocenti, dopo gli ultimi anni passati in giro per il mondo a girare i suoi toccanti documentari, torna al lungometraggio grazie alla sceneggiatura della esordiente Jenny Lumet, figlia del celebre regista Sydney. Il taglio documentaristico permane in questa pellicola che si affida perlopiù al digitale citando la lezione dogmaniana di Von Trier, ed omaggiando in particolare il cinema corale di Robert Altman e Roger Corman, ringraziati anche nei titoli di coda.

Quello che stupisce ed appassiona e la naturalezza degli interpreti e la fluidità della narrazione che stabilisce sin da subito un contatto intimo ed empatico con lo spettatore che si trova coinvolto in prima persona nelle vicende sciorinate, come uno qualsiasi degli invitati al matrimonio. Per riuscire ad ottenere questo effetto e rendere il tutto realistico e credibile, Demme gira nella sua casa con i suoi veri amici e con autentici musicisti, senza una vera sceneggiatura e totale libertà d’ispirazione per le musiche che accompagnano con le loro note diegetiche i dialoghi e le inquadrature composte al momento sul posto, senza una successiva post-produzione per quanto concerne la colonna sonora. Gli attori si muovono con scioltezza e disinvoltura naturale in questo contesto, che diventa un toccante teatro filmato costruito in progressione, senza punti di riferimento per le inquadrature, in quanto il regista volutamente sceglie diverse telecamere che circondano gli interpreti amalgamandosi con discrezione, restituendo all’occhio dello spettatore il calore (non solo visivo) prodotto da tale vicinanza.

In questo clima artistico gli attori svolgono egregiamente il loro ruolo con interpretazioni davvero notevoli, superbe a tal proposito le prove della Dewitt e Irwin, ossia la Rachel del titolo ed il padre, mentre una citazione a parte merita la strepitosa Hateway, che qui dimostra tutto il suo talento in un ruolo intenso e drammatico, meritandosi la candidatura agli oscar.
E’ un film passato ingiustamente sottotono nelle sale italiane da recuperare assolutamente, capace di emozionare facendo vibrare la fibre più intime, senza barare o forzature tipiche di tante pellicole hollywoodiane che saggiamente distribuisce ironia e drammaticità, poggiato su di una sceneggiatura di livello nonostante opera prima della giovane Lumet ed impreziosito da una splendida cornice filmica quasi artigianale degna di un piccolo capolavoro. Sublime.

VOTO 8

martedì 5 ottobre 2010

Two lovers


Regia di James Gray
Produzione: USA 2008 Bim
Sceneggiatura: James Gray, Ric Menello
Fotografia: Joaquin Basa-Asay
Genere: Drammatico
Con: Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Moni Moshonov
Data di uscita: 27/03/2009
Durata: 100








Dopo la trilogia malavitosa iniziata con Little Odessa, proseguita poi con The Yard e i Padroni della notte presentato a Cannes nel 2007 Julian Gray spiazza tutti e si cimenta con il genere sentimentale, progetto alquanto impervio e complicato dimostrando tutte la sua duttilità cinematografica nonché il suo tangibile talento.
In Two Lovers il regista e sceneggiatore americano torna nei luoghi a lui cari, e precisamente Brighton Beach nei pressi di Brooklyn a New York avvalendosi ancora una volta del suo attore feticcio Joaquin Phoenix, fratello del compianto River, per narrare la delicata storia di Leonard (Joaquin Phoenix), che torna a vivere con i suoi genitori dopo un fallimento amoroso ed un tentato suicidio. Una volta tornato nel luogo natio ed in cura antidepressiva, incontra due donne molto diverse tra loro: Sandra (Vinessa Shaw), figlia di un uomo d’affari ed amico di famiglia intenzionato a rilevare l’attività del padre, e Michelle (Gwyneth Paltrow), tormentata ed affascinante vicina di casa, amante di un facoltoso avvocato.

Con lirico rigore Gray racconta i drammi sentimentali dell’uomo moderno traendo ispirazione da un racconto di Dostoevskij Le notti bianche, affidando le sorti della narrazione ad un punto di vista intimo, notturno e reale, scandagliando il mal de vivre di un uomo ferito che torna ad innamorarsi e lentamente alla vita, prima di lasciarsene nuovamente sopraffare. Per una volta l’amore non è oggetto di commedia sentimentale a lieto fine, ma ha il sapore amaro della resa, della delusione e delle lacrime senza patetismi retorici o urlati delle tragedie. Lo sguardo della cinepresa è garbato, sommesso quasi celato, scegliendo le atmosfere notturne e anonime, per narrare tutte le contraddizioni sentimentali e le sue imprevedibili pieghe con il tocco disarmante della leggerezza riuscendo ad orchestrare il gioco intimista delle parti, con uno stile che evita i cliché insinuando la disperata quietezza della vita capace di riverberare malinconie e illusioni, degni di un poema visivo che si evidenzia per finezza, penetrazione emotiva ed intensità, grazie anche all’ennesima superlativa prova di Phoenix ed una convincente e seducente Paltrow. Un dramma amoroso contemporaneo, minimalista e sofferto e per questo un film raro ed imponente nella sua semplicità.

VOTO 7,5

lunedì 27 settembre 2010

Fratelli in erba


Regia di Tim Blake Nelson

Produzione: USA 2010 Eagles Pictures

Sceneggiatura: Tim Blake Nelson

Fotografia: Roberto Schaefer

Scenografie: Maria Nay

Musiche: Jeff Danna

Genere: Drammatico

Con: Edward Norton, Tim Blake Nelson, Susan Sarandon

Durata: 105’




Bill e Brady sono due gemelli identici nell'aspetto ma quanto più possibile diversi nella sostanza. Entrambi educati da una madre sessantottina e orfani di padre, affrontano la vita con due diverse concezioni e stili di vita. Brady rimane con la madre in Oklahoma, diventando un coltivatore di marijuana, mentre Bill intraprende la carriera universitaria come brillante professore di filosofia classica, obliando nel cassetto dei ricordi e senza troppi rimorsi la propria famiglia. Quando Bill riceverà la notizia della morte del fratello si troverà costretto a tornare a Little Dixie, il paese natìo dove dovrà confrontarsi con il proprio passato ed i suoi cari.


Tutto fa presagire ad una classica commedia degli equivoci, a partire dal titolo storpiatamente tradotto dall'originale Leaves of grass che sta sì per “foglie d'erba” ma allude al titolo di una raccolta di Walt Whitman, e proseguendo con il doppio ruolo in cui Edward Norton si cimenta, topos classico di tanto cinema che farebbe pensare ad una serie infinta di gag e situazioni paradossali, ed in un certo senso è così ma il film di Tim Blake Nelson mira più in alto. Infatti se la prima parte sembra confermare le impressioni iniziali, nel proseguio il tono da commedia si sporca sorprendentemente di noir di matrice tarantiniana e dalle atmosfere tipicamente coheniane.

Uno dei pregi di questa pellicola oltre al ritmo sincopato che coinvolge lo spettatore è rappresentato dall'ottimo cast in cui figurano la sempreverde Susan Sarandon nel ruolo della madre ex sessantottina, l'affascinante Keri Russel nei panni di una poetessa e l'irresistibile Richard Dreyfuss, lui che è ebreo sul serio, si diverte nella parte di un ebreo stereotipato. Lo stesso regista si ritaglia un ruolo interessante, interpretando Bolger uno dei migliori amici del fratello coltivatore.


La ricerca dell'equilibrio è la chiave di lettura dell'intera pellicola - tra Socrate e Whitman, tra caos e spontaneità, commedia e tragedia e la perenne ricerca della condizione di pace interiore e la sua natura illusoria - dando modo al regista di giocare con le aspettative degli spettatori mirando a spiazzarli innestando una serie di colpi di scena memorabili, farciti con dialoghi che spaziano dalla filosofia, alle droghe, alla poesia fino al non-sense.

Un piccolo film ambizioso che deve forse fin troppo alla sottile ironia ebraica di cui i fratelli Cohen sono i maggiori esponenti ma che riesce a ricavarsi uno scorcio di originalità fresca e ben costruita che non soffoca la pellicola evitando di farla cadere nel facile clichè del genere.


VOTO 6,5

mercoledì 22 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi


Regia di Saverio Costanzo

Produzione: ITA 2010 Medusa

Sceneggiatura: Saverio Costanzo, Paolo Giordano

Fotografia: Fabio Cianchetti

Scenografie: Antonello Geleng

Musiche: Mike Patton

Genere: Drammatico

Con: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini

Durata: 118’




Alice e Mattia, due coetanei le cui esperienze tragiche vissute nell'infanzia producono un trauma che non li abbandonerà mai, influenzando in modo pesante e permanente le loro vite. Potrebbero amarsi, si sfiorano e si separano. Non consentono a se stessi di ritrovarsi ed insieme concedersi ciò che si sono sempre vietati ed inflitti. Come due numeri primi sono divisibili solo per uno o per se stessi e quindi destinati alla solitudine.

Saverio Costanzo (Private / In memoria di me) porta in concorso a Venezia l'attesa trasposizione cinematografica del celebre romanzo d'esordio di Paolo Giordano (che partecipa alla sceneggiatura) - caso letterario del 2008 con più di un milione di copie vendute, nonché premio Strega e Campiello - ma sin da subito se ne discosta dalle atmosfere e nella materia portante, destrutturandolo a partire dalla linearità narrativa che si alterna con continui salti temporali incentrati su tre periodi fondamentali delle vite grevi di Alice e Mattia.

La cifra stilistica adottata da Costanzo è netta e coraggiosa, una vicenda sentimentale tinteggiata di horror che s'innesta sin dalle prime battute - evidenziata da una colonna sonora curata da Mike Patton e sottolineata con una grafica ridondante - che sembra alludere a certe tensioni tipiche dei film di Dario Argento. Lo sguardo del regista si concentra sui corpi, deturpati e feriti, che mutano e e si plasmano in base al loro dolore, assurgendoli a veri protagonisti della vicenda, interpretati da una stupefacente Alba Rohrwacher e la sorpresa Luca Marinelli che imprimono sui loro corpi le fatiche di esigenze di copione estreme, donando veridicità assoluta ai loro personaggi.

Appare inevitabile che un autore così perentorio, con uno stile aspro e antinaturalistico che bandisce ogni sfumatura renda la pellicola estrema, cozzando con la materia scottante della popolarità del romanzo e ne risulti indebolita. Dall'altro canto le soluzioni adottate dal regista romano risultano affascinanti e farcite con dosi massicce di pathos e suspance che imprimono alla pellicola un sapore evocativo barocco e attraente, ma tutto rimane soffocato e imprigionato nella ricerca autoriale ed originale quasi ossessiva, finendo per implodere in se stesso.

Data la sua scelta di campo perentoria e precisa che deve far i conti con il peso specifico di una vicenda letteraria tanto amata, il film è destinato a dividere. L'abilità registica di Costanzo è palpabile e non ne esce intaccata, con angolazioni atipiche su tonalità cupe, impreziosite da stacchi netti e commenti sonori magistrali, ma viene sommersa dalla complessità psicologica del romanzo e dalla sua carica emotiva che si disperde lungo il racconto cinematografico discostandosene inesorabilmente.


VOTO 6









venerdì 3 settembre 2010

The Box



Regia di Richard Kelly

Produzione: USA 2009 Lucky Red

Sceneggiatura: Richard Kelly

Fotografia: Steven Poster

Scenografie: Alexander Hammond

Musiche: Owen Pallett

Genere: Thriller

Con: Cameron Diaz, James Mardsen, Frak Langella

Durata: 115’




USA, Virginia 1976. I coniugi Lewis si trovano in difficoltà economiche ma hanno la possibilità di ovviare ai loro problemi grazie ad una strana scatola consegnata il giorno prima da uno sconosciuto con il volto sfigurato, il signor Edwards. Lo strano individuo offre alla coppia un milione di dollari nel caso in cui nel giro di ventiquattro ore decidessero di premere il pulsante posto sulla scatola, conseguentemente però una persona a loro sconosciuta, nel mondo, morirà. In caso contrario, avrebbero solamente 100 dollari come rimborso per il disturbo recato, e la scatola verrebbe riprogrammata e proposta altrove.


Il talentuoso Richard Kelly, autore del film cult degli anni zero Donnie Darko, dopo l'ambizioso e deludente Southland Tales, flop al botteghino ed uscito solo in dvd da noi, ci riprova adattando per il grande schermo un racconto breve del geniale autore e sceneggiatore Richard Mateson, autore di quel Io sono leggenda trasposto al cinema qualche anno fa con protagonista Will Smith. Lo stesso script dell'autore è stato proposto negli anni 80 per il piccolo schermo nella famosa serie Ai confini della realtà. Kelly cerca di far sue le atmsofere paranoiche e claustrofobiche tipiche di Matheson - acuto e cinico indagatore dei limiti della morale e avidità umana- ma con scarsi risultati. L'impianto narrativo regge solo nella prima parte della pellicola, per poi perdere completamente il controllo successivamente ed impantanarsi infine in un pasticcio incomprensibile e patetico collocandosi a metà tra cinema di genere e film d'autore.

La qualità delle inquadrature è indiscutibile, ottime le scenografie e l'inquietante colonna sonora. A mancare qui non è certo l'impalcatura tecnica ma l'omogeneità narrativa che, noncurante della consequenzialità e logicità della storia, snatura e stravolge completamente l'intento dell'opera originale di Matheson, sfociando in grottesche scimmiottature alla Lynch, brancolando e barcollando in un accumulo di situazioni e stereotipi da fantascienza retrò, infarcendoli con discorsi filosofici sul libero arbitrio ed etica, tirando in causa persino Arthur C. Clarke e Jean Paul Sartre. Non aiutano e convincono oltremodo le interpretazioni degli impalpabili Cameron Diaz e James Marsden, e tocca al solito Frank Langella reggere la baracca recitativa.

Il plot narrativo viene risucchiato nella spirale della confusione e della noia, sprecando quanto di buono l'incipit aveva creato, con un occhio rivolto a certi film horror di culto anni 70. D'altronde la materia trattata si è rivelata nuovamente troppo ambiziosa e ricca di elementi, sfuggendo completamente al controllo del giovane regista americano che cerca di impreziosire con un lezioso egocentrismo autoriale che alla lunga stanca ed irrita. Ulteriore banco di prova mancato per uno dei più promettenti enfant prodige del nuovo cinema americano.


VOTO 5 Inconcludente