giovedì 10 aprile 2014

Le migliori serie 2014

TRUE DETECTIVE
La serie dell'anno della HBO. La più chiacchierata e controversa è una storia di detective e serial killer
, feroce e iper-realista, ambientata nella cupa provincia americana. I due protagonisti interpretati dal fresco premio oscar Matthew McConaughey e l'attore di culto Woody Harrelson formano la più stralunata coppia di poliziotti mai vista sul piccolo schermo. Li vediamo prima indagare su un delitto rituale compiuto nel 1995 e poi raccontarne i retroscena 17 anni dopo. 
Scritta da Nick Pizzolato, è un viaggio nei recessi dell'animo umano, mischiando thriller e acute riflessioni filosofiche. Imperdibile.


HOUSE OF CARDS
Una delle serie più attese dell'anno approdata da poco sul nuovo canale Sky Atlantic, è basata sul romanzo di Michael Dabbs (ex capo di stato maggiore) è andata in onda sul canale streaming americano di Netflix.
La vicenda tratteggia un ritratto cinico e disincantato di un uomo, raccontato nella sua spietata intelligenza che si avvale del talento di Kevin Spacey (anche co-produttore della serie). 
L’ambizione, pericolosamente mescolata a vendetta, è il motore che anima le vicende di Frank Underwood, politico protagonista della serie che si muove dietro le quinte di una “torbida” Casa BiancaL’altissima qualità del thriller politico a puntate è stata premiata con 3 Emmy e un Golden Globe. Ed i primi due episodi sono diretti da David Fincher. Vi basta?



LES REVENANTS
Arriva dalla Francia questa piccola serie capolavoro ormai di culto e sarà presto anch'essa trasmessa dal canale televisivo tematico Sky Atlantic.

E' una delle migliori serie europee degli ultimi anni, capace di tenere testa pure a quei miracoli narrativi a stelle e strisce che ci piacciono tanto e ci tengono incollati allo schermo. Les Revenants racconta il ritorno di alcune persone morte in un piccolo paese di montagna. Questo fatto, insieme ad altri strani fenomeni (come l’abbassamento del livello dell’acqua del lago e sbalzi di tensione alla rete elettrica), sconvolgerà la vita del piccolo borgo e dei suoi abitanti. Non una serie sugli zombie, sia chiaro, i "revenants" ritornano in perfette condizioni fisiche, così com’erano prima di morire, bloccati all’età in cui sono deceduti.
Dirvi altro sarebbe crudele. 


MASTER OF SEX
Anch'essa una delle serie più attese qui in Italia e che vedremo presto sul canale tematico Sky Atlantic ed è prodotta dalla Showtime (Dexter, Homeland, Weeds).
Il titolo è un interessante gioco di parole: oltre a significare maestro, specialista, “Masters” è anche il cognome di William Masters interpretato da Michael Sheen , sessuologo e ginecologo realmente esistito che insieme alla sua collega Virginia Johnson, alla fine degli anni Cinquanta, fu il primo a effettuare uno studio approfondito della fisiologia sessuale umana, esaminando nel corso degli anni migliaia di atti sessuali compiuti da centinaia di volontari.
Una serie sulla rivoluzione sessuale seducente e intelligente che vi incollerà alla poltrona.













mercoledì 5 marzo 2014

12 anni schiavo

Regia: Steve McQueen
Distribuzione: BIM
Sceneggiatura: John Ridley
Fotografia: Sean Bobbit
Montaggio: Joe Walker
Costumi: Patricia Norris
Scenografie: Adam Stockhausen

Musiche: Hans Zimmer
Con: Chiwetel Ejiofor, Lupita Ngyong’o, Michael Fassbender, Brad Pitt, Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Sarah Paulson
Durata: 134'







Il londinese Steve McQueen trova la definitiva consacrazione con il suo terzo lungometraggio, che approfondisce il suo poema per immagini sul corpo umano e le sofferenze carnali inferte all’animo. Un percorso iniziato con Hunger in cui il corpo è usato come strumento di protesta e proseguito con Shame con le sue tormentate pulsioni sessuali. Questa volta la carne viene straziata, torturata e umiliata negli anni dell’epopea schiavista americana raccontata attraverso la vera biografia e gli occhi del violinista di colore Solomon Northup (magistralmente interpretato da Chiwetel Ejiofor candidato all’oscar per il ruolo) uomo libero ingiustamente ingannato, rapito e poi venduto negli Stati razzisti e schiavisti del Sud e ridotto ad animale da lavoro privato di qualsiasi identità e dignità.

Lo sguardo di McQueen diviene più canonico, e per la prima volta non scrive il proprio soggetto ma si lascia guidare dalla sceneggiatura spoglia ed essenziale di John Ridley, cucita addosso al cineasta inglese alla quale si adatta e dà forma immaginifica alla sostanza narrativa.
Il fil rouge della cinamotografia di McQueen sui diversi stadi della segregazione umana rimane preponderante, ogni immagine è un quadro, un’installazione artistica ed ogni posa umana scultura di carne ed anche in questo caso l’inabissamento dell’esistenza umana diviene tangibile e senza nessuna indulgenza verso lo spettatore. Il piano-sequenza, tanto amato dal regista, anche qui diviene strumento privilegiato per descrivere le torture e la sopraffazione dell’essere umano sul suo simile. Nessuna carezza empatica, nessuna redenzione tarantiniana, c’è il terrore e l’emozione che coinvolge lo spettatore e lo rende complice di tale scempio storico e umano che non bisogna dimenticare.

La cifra stilistica così geometrica che si concede alla potenza delle immagini lo rendono un film enorme, impreziosito dalle interpretazioni fugaci ma convincenti dei comprimari (Paul Giamatti, Paul Dano, Brad Pitt, Benedict Cumberbatch) ma soprattutto dalle performance sugli scudi dell’attore feticcio Michael Fassbender, che qui da volto e brutalità ad uno dei personaggi più sadici e terribili del grande schermo, e la straordinaria Lupita Nyong’o che si guadagna un meritatissimo oscar.
Coraggioso e visivamente forte il film di McQueen colpisce, stordisce e incanta. Ci voleva un inglese di colore per poter raccontare sul grande schermo una delle vergogne storiche della nazione democratica per eccellenza, il film definitivo sulla schiavitù attraverso un personaggio realmente esistito e che il regista tratteggia con purezza e realismo resistendo ad ogni tentazione di farne un eroe.
Oscar dovuto.


VOTO 8

martedì 31 dicembre 2013

I migliori film del 2013

10 - NOI SIAMO INFINITO

Credevamo che i bei 'teen movie' fossero spariti, poi è arrivato Stephen Chbosky regista esordiente che adatta per il grande schermo il suo romanzo"The perks of being a wallflower" (che tradotto suona più o meno "I benefici dell'essere schivi") a ricordarci che non è così, dirigendo con grazia uno dei più bei film dell'anno.
La storia di un "ragazzo da parete" destinato a rimanere confinato nell'angolo che prende in mano il suo destino, deciso a combattere i fantasmi di un passato doloroso e cambiare la propria vita di adolescente problematico. Delicato e struggente, semplice e commovente come solo le emozioni magiche e eterne dell'adolescenza sa regalare. Un film da custodire in silenzio.





9 - NO - I giorni dell'arcobaleno

Il film del regista cileno Pablo Larrain è stato una delle sorprese dell'anno entrando persino nella cinquina finale dei nominati a 'Miglior film straniero' agli oscar. Riprodotto con il look anni 80 e girato con vecchie cineprese d'epoca, Larrain narra una vicenda politica realmente accaduta, che apparentemente ricostruisce la campagna pubblicitaria che, sotto il segno dell'arcobaleno, portò l'opposizione cilena a combattere il generale Augusto Pinochet, ma che in realtà finisce per rivelare ben altre componenti, più profonde e complesse. No è uno splendido esempio di un genere insolito, un film appassionante come un thriller, teso come un dramma politico, toccante come una commedia sentimentale, mentre parla di un argomento che sulla carta sembrerebbe noiosissimo come una campagna pubblicitaria per un referendum. Imperdibile.



8 - LOOPER

Lo sci-fi dell'anno è opera di un promettente regista, tale Ryan Johnson da tenere d'occhio che con questo thriller fantascientifico che riprende la tematica abusata dei viaggi nel tempo, dandole nuova linfa basandosi tutto sulla solidità della sceneggiatura, impreziosita da un'estetica accurata e che strizza l'occhio ai vecchi b-movie e una tecnica spettacolare ma mai fine a se stessa.
Un allegoria su un futuro distopico che s'interroga sulla dicotomia ineluttabile azione/conseguenza applicato all'arco esistenziale della vita di un uomo.
Una delle perle sottovalutate della stagione da recuperare decisamente.






7 - RUSH

Il miglior film di Ron Howard, che paradossalmente è anche il meno premiato. Non solo un film sportivo e probabilmente il migliore mai girato sul mondo adrenalinico della Formula 1 ma anche un duello umano e morale tra due uomini con differenti prospettive rispetto alla vita, scritto da Peter Morgan (una delle migliori penne cinematografiche degli anni recenti).
Una lezione di bravura tecnica dell'ex ragazzo di Happy Days, che giustifica i suoi oscar dietro la macchina da presa con riprese d'azione e angolature mozzafiato mai viste e soprattutto mai fine a se stesse, riuscendo a dribblare le difficoltà del genere biografico trovando l'amalgama perfetta tra l'anima blockbuster e le velleità autoriali.
Un film teso e adrenalinico con un cuore pulsante e un anima appassionata.




6 - FLIGHT

Robert Zemeckis, regista di culto (Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Forrest Gump) dopo essersi impantanato un decennio con i progetto cinematografici in motion capture torna al cinema classico che ne aveva decretato il successo e la pioggia di oscar.
Una storia classica, quella 
del pilota eroe, perseguitato dai suoi demoni interiori, dominata dalla figura imponente di Denzel Washington, in una delle migliori interpretazioni di sempre. Due ore di puro cinema, un volo cinematografico senza turbolenze di sorta, con alcune sequenze indimenticabili che sono giù un cult. Bentornato tra gli umani in carne ed ossa Robert! Ci eri mancato, davvero.






5 - RE DELLA TERRA SELVAGGIA

Il caso cinematografico dell'anno: un giovanesconosciuto  regista esordiente Benh Zeitlin con un piccolo film indipendente ottiene grappoli di nomination agli oscar nelle categorie principali, tra cui il primato della più piccola protagonista di sempre candidata per il ruolo.
Una favola allegorica di matrice ambientalista, che visivamente ci 
accompagna in un percorso farcito di realismo magico, in cui i contorni tra fiaba e realtà si mescolano e compenetrano con una cifra stilistica che s'inerpica leggiadra sul filo che divide la poesia dalla retorica.Una piccola e semplice storia che diviene racconto universale, struggente che ammalia e sussurra all'intimo di ognuno di noi.




4 - BLUE VALENTINE

Giunto in Italia con tre anni di ritardo l'opera prima di Derek Cianfrance è un film che s'imprime sotto pelle e non si dimentica. Un melodramma moderno che narra l'inizio e la fine di un'amore con lo sguardo vero e sincero senza filtri cinematografici che si regge sulle interpretazioni reali e strepitose di due attori in stato di grazia: Ryan Gosling e Michelle Williams.
Un racconto per immagini intimo, crudo, poetico e struggente come tutte le storie d'amore dovrebbero essere raccontate sul grande schermo.
Una delle perle nascoste della stagione.








3 - CLOUD ATLAS

Il film più sottovalutato dell'anno. Il progetto ambizioso dei fratelli Wachowski insieme al fido Tom Tykwer è stato quello di portare sul grande schermo un romanzo definito infilmabile: "L'atlante delle nuvole" di David Mitchell dalla struttura narrativa complessa e articolata, che si dipana storicamente su più secoli seppur tenute insieme da una sorta di connessione universale tra le anime che si agitano in questo mare temporale.
I tre registi riescono nell'impresa di tenere insieme le storie durante le tre ore di film, donandogli quel senso rivoluzionario che da sempre contraddistingue i suddetti senza tradire la sostanza del romanzo in un'opera pop visivamente strabiliante.




2 - LA GRANDE BELLEZZA

C'era una grande attesa attorno a quest'opera di Paolo Sorrentino, il miglio regista italiano attuale, con il suo onirico e decadente omaggio a Roma e La dolce vita di Fellini smarcandosene più del dovuto e continuando la sua ricerca poetica attraverso l'animo umano e i suoi meandri permeati di malinconia e rimpianti. Con uno stile più asciutto e asettico di sempre che fa leva sul suo istrione Tony Servillo, perfetto come sempre nei panni di Jep Gambardella, uno dei migliori personaggi scritti per lo schermo da tanti anni a questa parte.
Ridondante, pregna e mistica è l'opera più complessa e completa del regista napoletano qui all'apice del suo talento e della sua poetica visiva. Quanta bellezza, finalmente!






1 - IL LATO POSITIVO

La commedia che ha consacrato David O Russel nell'olimpo dei registi americani adattando lo splendido romanzo "L'orlo argenteo delle nuvole" di Matthew Quick grazie ad una direzione di un cast di attori superbi - Bradley Cooper, Robert De Niro e Jennifer Lawrence a cui è andato un oscar per il ruolo - e una cura sapiente degli ingredienti drammatici e della commedia coma pochi sanno fare.
Una gestione delle due anime del film perfetta, dosata a colpi di risate e lacrime per una di quelle pellicole che rappresentano un dono raro, per gli occhi, la mente ed il cuore e ci fanno capire l'importanza delle storie sul grande schermo la cui magia non sparirà mai.





0 - GRAVITY
Decisamente il film dell'anno. Il blockbuster d'autore fantascientifico di Alfonso Cuaron è l'esempio perfetto di come la tecnica sia tutt'uno con la verve autoriale, che conscio della lezione dei grandi registi del passato prende nuova forma e consistenza, parlando attraverso un film di genere con estetica minimalista della realtà contemporanea utilizzando il nuovo linguaggio filmico della terza dimensione che qui s'innesta ad un nuovo livello di soluzione narrativa e di messa in scena.
Sperimentando tra teatro di posa e 3D, in cui l'atto del guardare diviene necessità primaria senza la quale non potremmo essere e quindi esistere.
Un'opera complessa, visionaria sulla natura e sull'uomo e la sua caducità, intensamente emotivo e con frangenti di nitida bellezza in cui tutti i dettagli fanno parte del grande mosaico cinematografico. Straordinariamente perfetto.

lunedì 16 dicembre 2013

Le migliori serie tv 2013


THE AMERICANS
Le vicende di una coppia di agenti segreti sovietici del KGB operanti illegalmente negli Stati Uniti negli anni ottanta durante la Guerra Fredda. Una delle migliori serie in circolazione avvincente e complessa immersa in uno scenario sofisticato e ricco di suspense. Definita da Stephen King la miglior serie dell'anno.






WILFRED
Sit-com americana con protagonista Elijah Wood (Il signore degli anelli) nei panni di Ryan, un avvocato depresso ad un passo dal suicidio a cui viene chiesto di accudire il cane della sua vicina, Wilfred che solo lui vede come un essere umano travestito da cane. Irriverente, politicamente scorretto, e verboso, prodotto da uno dei creatori de I Griffin David Zuckerman.


THE NEWSROOM
Creata dal genio premio oscar Aaron Sorkin (The social network) perla HBO la serie segue le vicende personali e lavorative dell'anchorman Will McAvoy interpretato da Jeff Daniels e di tutta la redazione del network statunitense ACN. Impianto teatrale, dialoghi serrati e incalzanti che tengono incollati allo schermo. Emmy Award per miglior interprete maschile.



UNDER THE DOME
Basata sul romanzo The Dome di Stephen King narra della cittadina del Maine di Chester's Mill, che inspiegabilmente si ritrova tagliata fuori dal resto del mondo a causa di un misterioso ed impenetrabile campo di forza che circonda la cittadina. Imperdibile per gli amanti dei serial misteriosi alla Lost










         



venerdì 11 ottobre 2013

RUSH

Regia di Ron Howard
Produzione:  USA 2012 01 Distribution
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musiche: Hans Zimmer
Scenografia: Mark Digby
Montaggio: Daniel P. Hanley, Mike Hill
Con: Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino

Durata: 123’









Il due volte premio oscar Ron Howard torna a far coppia con lo sceneggiatore Peter Morgan, una delle penne cinematografiche migliori nel panorama odierno, ed anch’esso due volte nominato agli oscar. Dopo la felice esperienza di Frost/Nixon, duello storico tra due personaggi realmente esistiti, come in questo adrenalinico Rush ambientato nel mondo spietato e leggendario della Formula 1 e tutto incentrato sulla rivalità tra il talentuoso playboy inglese James Hunt (Chris Hemsworth) e il cinico e intransigente pilota austriaco Niki Lauda (Daniel Bruhl). La vicenda si sofferma sugli anni d’oro e glamour del circo della Formula 1 e precisamente sul tragico ed epico mondiale del 1976 che vede i due piloti battersi per il titolo iridato, mostrandoci le loro vite private e il loro approccio al mondo delle corse. Due caratteri opposti, due visioni differenti della vita e dello sport, amici e rivali a confronto in uno dei duelli più belli della storia sportiva.

Ci voleva nuovamente la raffinatezza della scrittura di Peter Morgan per valorizzare il talento dell’ex Richie Cunnigham che dopo le due statuette  e i blockbuster spazza botteghino (Il codice Da Vinci/Angeli e Demoni) sembrava offuscato e incatenato alle logiche nei meandri del mainstream senza alcuna velleità. Qui riesce a coniugare le due anime, seppur parlare di autorialità pare eccessivo, maneggiando le difficoltà del biopic movie oramai con leggiadria e competenza, con scene d’azione mai fine a se stesse, inquadrature mozzafiato ricche di prospettive differenti (primissimi piani, interno del casco, bordo pista, il muso della vettura) alternate ai bei momenti fuori dalle piste e nei confronti dialogati tra i due protagonisti. 

La scelta di una fotografia in grana grossa e con colori poco saturi risulta azzeccata, vintage e moderna al contempo con le musiche di Hans Zimmer perfettamente bilanciate tra velocità ed epicità. Un plauso anche ai due attori, decisamente a loro agio nei panni dei due piloti nonché fisicamente straordinariamente somiglianti. Ritmo, suspense, azione e una malinconia di sottofondo regalano al film un pathos narrativo teso e coinvolgente che fa della pellicola il miglior film sulla Formula 1 di sempre, restituendo appieno allo spettatore l’emozione di una sfida senza tempo. 
VOTO 7

mercoledì 31 luglio 2013

Le serie tv da non perdere 2013

DOWNTOWN ABBEY
Serie televisiva dell'anno, vincitrice di 6 Emmy Awards e un Golden Globes come miglior mini-serie è uno dei fenomeni seriali degli ultimi tempi. Una produzione anglo-americana in costume ambientata agli inizi del novecento durante la fine dell'età edoardiana nella fittizia tenuta nello Yorkshire che dà il titolo all'opera. Ascolti alle stelle per le sue puntate, scrittura raffinata e attori eccelsi per uno show che dal 2011 è nel Guinnes dei primati come show dell'anno più acclamato dalla critica e nel 2012 diviene la serie non americana ad ottenere più nomination agli Emmy award, ossia gli oscar televisivi. Decisamente imperdibile.



SHAMELESS
Basata sull'omonima serie originale inglese che narra le vicende di una disastrata famiglia della periferia di Chicago composta dal padre alcolizzato Frank (interpretato da un divino William H. Macy) ed i sei figli dei quali la maggiore, Fiona si prende cura di tutti. Sceneggiatura notevole, piena di ritmo, politicamente scorretta e dotata di un insolito umorismo ed ottimismo di fondo è una di quelle serie imperdibili che vi farà appassionare alle disavventure di questa famiglia disfunzionale che imparerete ad amare.

SHERLOCK
Una mini serie da tre puntate di novanta minuti circa, come dei film in pratica la cui terza stagione confermatissima è anch'essa in lavorazione. Versione adattata ai giorni nostri dei romanzi di sir Conan Doyle sul famoso investigatore Sherlock Holmes ed il suo assistente, il dottor Watson interpretati da due attori divenuti ora delle celebrità come il perfetto Benedict Cumberbatch (villain di successo nell'ultimo Star Trek) e Martin Freeman (il Bilbo Baggins della nuova trilogia di Peter Jackson, Lo Hobbit). Una serie arguta e priva d'imperfezioni che vi farà amare la cura dei dettagli.


BLACK MIRROR
La mini serie perfetta. Ogni stagione composta da tre episodi (la terza stagione è in fasi di lavorazione) ed ogni episodio ha trama e cast differenti. Unico comune denominatore è la tecnologia, lo schermo nero (il black mirror del titolo) dei telefoni, tv, computer e tablet. Gli effetti del progredire della tecnologia e dei media nelle nostre vite ed i suoi effetti nefasti in storie difficili da dimenticare. Bastano pochi minuti della prima puntata per farvi urlare al capolavoro. Vedere per credere.

martedì 16 luglio 2013

La grande bellezza

Regia di Paolo Sorrentino
Produzione:  ITA 2012 Indigo Filmm Medusa Films
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino Umberto Contarello
Fotografia: Luca Bigazzi
Musiche: Lele Marchitelli
Montaggio: Cristiano Travagliolo
Con: Tony Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Durata: 150’









Erano tante le aspettative sul nuovo chiacchieratissimo film di Paolo Sorrentino, talentuoso artista piuttosto che mero regista, qui alla prova più ambiziosa e pretenziosa in concorso al festival di Cannes. Questa volta torna dalla Croisette a mani vuote e nessuna menzione ma subito riscattato al botteghino in cui risulta il suo film più visto di sempre.

Difficile recensire un’opera (più che un film) così ridondante, ammaliante, pregna, mistica e per certi versi metafisica persino. Tanta (troppa?) roba sul fuoco, ma siamo dalle parti del grande Cinema quello con la C maiuscola, che s’intravede sin dalla prima inquadratura, introdotto dalle celebri carrellate tanto care e imprescindibili al regista napoletano.
Una Roma ricca eppure vuota, un vuoto che porta un assenza di senso, come pure i personaggi che si agitano dentro il suo ventre e faticano a trovare un senso nelle cose.
Un corpo martoriato eppure splendido quello della città eterna, visto con uno sguardo famelico, impietoso eppure benevolo talvolta, dall’occhio ordinato e geometrico della cinepresa di Sorrentino, esaltato e corrotto dalla luce perfetta di Luca Bigazzi e sottolineato sontuosamente e drammaticamente dalle musiche di Lele Marchitelli.

Il personaggio di Jep Gambardella, il cui animo disincantato viene indelebilmente contaminato dalle molteplici tentazioni e la meraviglia della Capitale a cui spesso si affianca l’effimero, a cui è giunto presto dopo il precoce successo letterario giovanile, ed  incarnato in maniera sublime da Tony Servillo, attore feticcio e superbe interprete della poetica sorrentiniana a cui l’autore partenopeo conferisce tutta la sua aura ironica e intellettuale e quel cinismo malinconico e letterario che gli appartengono.
Seguiamo le vicende anti-narrative e i pensieri di Jep Gambardella con la dolce e tremenda percezione che non si vada da nessuna parte, un affresco poetico e sinuoso del nulla, così come Flaubert fece con il suo romanzo più famoso, una dichiarazione d’intenti artistica precisa e sottovalutata.

Il film si muove all’interno di un contesto sociale attuale, tipicamente italiano e prettamente romano e tenta arditamente di fare un’analisi sul presente ma non si esaurisce in nessun modo in un resoconto realistico dei giorni nostri, ma un sottile sguardo sul decadimento volgare di una città simbolo e forse anche di un Paese.
Tutti i personaggi si muovo in un tempo indefinito, quasi un contro-tempo, spesso notturno, e tutti scelgono di non vivere e di crogiolarsi nel senso indefinito di vacuità tra cui splendide emergono le figure di Romano e Ramona (sfiziosa gioco di nomi) interpretati da un insolito e drammatico Carlo Verdone e una bravissima Sabrina Ferilli.
Il sentimento e la bellezza vanno cercati anche in coloro che nella vita di tutti i giorni ci fanno una certa impressione o addirittura repulsione, il cinema di Sorrentino (innamorato da sempre dei suoi personaggi) permette questo meraviglioso gioco, di amare anche chi normalmente non è amabile ed il film prova a fare esattamente questo, a cercare la bellezza dietro lo squallore, il patetico e anche una certa volgarità.

Arriviamo infine all’annosa questione del paragone con il maestro Fellini e il suo affresco di Roma in quel capolavoro eterno che è La dolce vita (omaggiata volutamente con il cameo di Fanny Ardant in una scena in Via Veneto): il lungometraggio di Sorrentino non è un tentativo emulativo di richiamare quelle vette artistiche ma perlopiù una tensione ad ambire quelle cime pur essendo organicamente qualcosa di ben diverso e nonostante si muova negli stessi scenari e si cali nelle simili atmosfere decadenti dilettandosi in molte citazioni. Ambizioni legittime  per ogni regista cresciuto a pane e immagini e di conseguenza non una colpa. Qui non trattiamo certo di un capolavoro del cinema mondiale, ma  lasciatemi consentire di affermarlo: che grande bellezza, signori!


VOTO 7,5