venerdì 10 agosto 2012

Un amore di gioventù


Regia: Mia Hansen-Løve
Distribuzione: Teodora Film
Sceneggiatura: Mia Hansen-Løve
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Marion Monnier
Scenografie: Mathieu Menut
Costumi: Bethsabée Dreyfus
Con: Lola Creton, Sebastian Urzendowsky, Magne Havard-Brekke
Durata: 110'









Camille (Lola Creton) ha 15 anni, Sullivan (Sebastian Urzendowsky) 19. Il loro amore, nato durante l’estate, è intenso e passionale, ma Sullivan parte per il Sudamerica e Camille si ritrova sola. Gli anni passano e la ragazza non sembra riuscire a dimenticare, finché non conosce un maturo architetto di cui diventa assistente e amante. Ma proprio quando tutto sembra andare per il meglio, Sullivan si riaffaccia nella sua vita...

L'estate è un periodo sterile per il botteghino ma assai florido per recuperare ed assaporare le piccole pellicole indipendenti come questo gioiellino francese che in altri periodi dell'anno avrebbe avuto difficoltà ad emergere nel vasto oceano di uscite cinematografiche.
Un amour de jeunesse” (questo il titolo originale) è il terzo film della giovane regista parigina, classie 1981, Mia Hansen-Løve - che abbiamo imparato ad apprezzare con il suo precedente lavoro “Il padre dei miei figli” - che conclude una sorta di trilogia della separazione nata spontaneamente.
La cineasta francese ha quel tocco ispirato e poetico, quel dono di saper raccontare splendidamente le storie d'amore. La passione, il dolore, la confusione, la vitalità e l'amarezza sono dipanate con agevole maestria traendo linfa dalla lezione del cinema d'autore classico francese, nouvelle vague in primis. Non faticheranno i cinefili più scaltri a scovare gli omaggi a Godard (nei titoli di testa) Rohmer (nei pedinamenti e l'indagine amorosa) Bresson ( e la sua contemplazione dell'invisibile) e l'immancabile Truffaut ( lo sguardo ad altezza di fanciullo).
La Hansen-Løve affresca con delicatezza l'amore fou giovanile con devozione e passione, dipinge i paesaggi alla Monet con le sue inquadrature, e accarezza i volti acerb e innocenti dei due protagonisti immersi in un'atmosfera votata al realismo, che traspare dalla fotografia, i dialoghi particolareggiati e il sonoro dell'ambiente.
Un film sincero, tenero e vibrante che procede con soffusa reticenza, senza colpi di scena, senza dramma, ma con un turbinio leggero di emozioni soffocate e languide che galleggiano ina una sorta di tempo sospeso, una sorta di presente atemporale in cui i personaggi si muovono e si evolvono, come se fossero filtrati dalla patina del ricordo.
Una storia romantica, un racconto di formazione amorosa che sembra appartenere ad una altra epoca, una meraviglia per gli occhi ed il cuore, nonché l'ennesimo splendido film francese.

VOTO 7,5

mercoledì 6 giugno 2012

In Time


Regia: Andrew Niccol
Distribuzione: Medusa
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Zach Staenberg
Scenografie: Vlad Bina
Musiche: Craig Armstrong
Costumi: Sarah Akhteh
Con: Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Olivia Wilde, Johnny Galecki
Durata: 109'








Il tempo è danaro” recita un vecchio adagio ma se davvero in un futuro prossimo l'intero sistema economico e sociale si basasse sul tempo come moneta?
E' questo l'intrigante incipit da cui parte il regista e sceneggiatore di culto Andrew Niccol, autore dello script di The Truman show e dietro la macchina da presa nei film cult Gattaca – La porta dell'universo e Lord of War, che dopo sei anni d'assenza torna con un nuovo action-movie futuristico in cui le realtà manipolate e l'antropologia fantascientifica, suoi temi dominanti, vengono riproposte sullo schermo all'interno di una società futuribile in cui l'umanità è sottoposta ad una "struggle for life" frenetica e inquietante .
Questa volta sceglie come protagonista la stella del pop Justine Timberlake che interpreta l'intrepido Wills Salas, un giovane abitante di un futuro distopico in cui il gene dell'invecchiamento è stato debellato. Allo scattare del venticinquesimo anno d'età si smette d'invecchiare e sul braccio di ognuno appare un countdown con i giorni, le ore e i minuti che mancano alla fine della propria esistenza. Will abita con la madre in un quartiere povero in cui la corsa alla sopravvivenza è giornaliera, ogni mattina ha solo 22 ore per lavorare e cercare di guadagnarsi altro tempo prezioso per vivere ancora un giorno. A qualche miglio di distanza pero' c'è la società perfetta dei miliardari di New Greenwich con all'attivo centinaia di anni e più da spendere che ambisce all'eternità e vive giornate oziose lontane da pericoli per timore di perderla.

All'interno di una società futuribile e una divisione architettonica rigorosa degli spazi, Niccol s'interroga nuovamente sul destino dell'umanità, in cui smettiamo di essere persone e diventiamo merce, scambiabile e trattabile nel mercato della vita. Come già nel suo piccolo capolavoro sci-fi di qualche anno fa, Gattaca, la società è suddivisa in due classi, i poveri mortali e i ricchi immortali, scartando l'ipotesi di superiorità genetica per propendere verso quella socio-economica come disuguaglianza sociale. Lo spunto di partenza è stimolante e conturbante ma il risultato finale non è all'altezza delle aspettative. I contenuti etici, morali ed estetici non vengono approfonditi a dovere a discapito di una spettacolarizzazione eccessiva e a volte perfino fuori luogo. Nel dipanarsi la storia perde mordente ed originalità cadendo nel convenzionale e nella prolissità avvitandosi su sé stesso con conseguente prevedibilità dello sviluppo narrativo che alla lunga risulta farraginoso e asettico.
Justin Timberlake e Amanda Seyfried dal canto loro non hanno il carisma e l'appeal necessario per reggere la pellicola e contribuire a dare spessore alla psicologia dei personaggi.
Quella che poteva ambire a diventare una nuova pellicola di culto di genere si rivela un ordinario film d'intrattenimento di fantascienza, come un amante gentile che seduce, illude ed abbandona presto.


VOTO 6

giovedì 17 maggio 2012

Young Adult


Regia: Jason Reitman
Produzione: Paramount Pictures
Sceneggiatura: Diablo Cody
Fotografia: Eric Steelberg
Montaggio: Dana E. Glauberman
Scenografie: Kevin Thompson
Musiche: Rolfe Kent
Costumi: David C. Robinson
Con: Charlize Theron, Patton Oswalt, Patrick Wilson
Durata: 94'









Mavis Gary (Charlize Theron) è una scrittrice ghost-writer di libri adolescenziali di successo ormai in declino che ritorna nella piccola cittadina dove è cresciuta per reclamare il suo ex-fidanzato del liceo Buddy Slade (Patrick Wilson), oggi felicemente sposato. Questo ritorno a casa sarà più difficile di quanto pensasse, Mavis intesserà un legame insolito con un vecchio compagno di classe Matt (Patton Oswalt) con il quale non ha mai avuto rapporti dai tempi del liceo.

L'accoppiata di successo Jason Reitman, regista – Diablo Cody, sceneggiatrice torna a collaborare dopo il successo planetario di un film a basso budget come “Juno “ del 2007 che ottenne alcune candidature agli oscar consegnando alla blogger Cody la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Non c'è più la vita di un'adolescente da scandagliare ma quella di una “young adult” termine con il quale il marketing identifica prodotti culturali adatti ad un pubblico che varia dai 14 anni fino alla soglia dei trenta. L'ossimorico titolo pero' identifica anche lo stato di Mavis - la protagonista interpretata splendidamente dalla bravissima Charlize Theron – tutti invecchiano, ma non tutti crescono.

Reitman dirige una sorta di anti-commedia che decostruisce gli archetipi e gli stilemi tipici del genere, prende di petto la commedia romantica e la capovolge tratteggiando a tinte fosche un personaggio femminile a tutto tondo come non se ne vedevano da tempo, superficiale, politicamente scorretta e sboccata, una stronza perfetta (ndr. l’aggettivo utilizzato dal regista per definirla è passive aggressive mean bitch) capace di generare un empatia riluttante, adorabile e detestabile al contempo, tipologia di personaggio che sul grande schermo avevamo visto solo con personaggi maschili.
Il figlio d'arte Reitman (il padre Ivan Reitman anch'esso regista di successo) si conferma uno dei migliori registi della sua generazione, acuto indagatore della società americana odierna che dirige un film originale tutto giocato sui contrasti, sia a livello visivo che drammaturgico, coadiuvata dal talento della scrittrice Diablo Cody che riversa nel personaggio di Mavis tutte le angoscie, le sfumature psicologiche e l'ironia dissacrante che le appartengono opportunamente e magistralmente riportate sullo schermo dall'estro e la grazia di una perfetta Charlize Theron, ad oggi una delle attrici migliori e poliedriche dello star system.




VOTO 7



lunedì 23 aprile 2012

John Carter


Regia: Andrew Stanton
Produzione: Walt Disney Pictures; Pixar Animation Studios
Sceneggiatura: Andrew Stanton, Mark Andrews, Michael Chabon
Fotografia: Daniel Mindel
Montaggio: Erik Zumbrunnen
Scenografie: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
Musiche: Michael Giacchino
Costumi: Mayes C. Rubeo
Con: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Samantha Morton, Willem Dafoe
Durata: 132'






John Carter è un soldato americano, veterano della settima cavalleggeri (come il suo autore) nella guerra civile che per una misteriosa concatenazione di eventi finisce per essere catapultato su Marte, dove a causa della ridotta forza gravitazionale del pianeta rosso scoprirà di avere doti eccezzionali, capacità che torneranno utili nel momento in cui verrà coinvolto nella guerra civile che impazza tra le razze del pianeta che i locali abitanti chiamano Barsoom.
Era il 1912, esattamente cento anni fa , quando lo scrittore americano Edgar Rice Burroghs (l'autore letterario di Tarzan) il padre di tutta la narrativa che combina la fantascienza con il fantasy dà alla luce il primo dei romanzi del ciclo di Barsoom incentrati sul personaggio di John Carter.
La saga di culto che più di tutte è stata fonte d'ispirazione per tutti gli scrittori più importanti del genere come H.P. Lovecraft, Arthur C. Clark, Ray Bradbury etc.. ed autori di cinema del calibro di George Lucas e non ultimo James Cameron.
In poche parole John Carter è l'archetipo di tutti i personaggi fantasy moderni, un eroe dei due mondi anti-litteram, prototipo di tutti i rimandi nell'iconografia e l'immaginario di saghe popolari moderne quali Star Trek, Star Wars e Avatar che devono molto al personaggio nato dalla penna e la fantasia di Burrohgs.

John Lasseter e Andrew Stanton, menti e guru della Pixar, ancor prima che fosse inglobata dalla Walt Disney, gongolavano all'idea di portare sul grande schermo un colossal sulle vicende marziane di John Carter. Impresa più volte tentata in passato ma mai portata a termine. Sin dagli anni 30, Bob Clampett, il regista dei Looney Tunes, voleva farne il primo lungometraggio animato della storia, ma le poche sequenze girate non passarono il test del pubblico e il progetto venne abbandonato lasciando così alla Biancaneve della Disney lo storico primato.
Negli anni 80 si tentò di nuovo di imbastire un progetto cinematografico, sulla scia dei successi dei film di fantascienza dell'epoca la Disney ritenne la saga su John Carter una valida e potenziale alternativa a Star Wars coinvolgendo nel progetto John McTiernan e Tom Cruise. Il regista pero' non ritenne valido lo stato degli effetti speciali del tempo per poter ricreare degnamente l'universo immaginato da Burroghs e anche questo progetto naufragò.
Nel frattempo i diritti del primo romanzo divennero di pubblico dominio e nessuna major di Hollywood voleva investire tanti soldi in un una proprietà intellettuale che poteva essere saccheggiata da chiunque, sul mercato di massa ormai percepita come un'idea obsoleta e poco originale dopo i successi planetari di Star Wars e Star Trek.

Ed e qui che entra in gioco la Pixar secondo cui John Carter sarebbe dovuto essere il primo film con attori in carne ed ossa dello studio guidato da John Lasseter che per la regia sceglie Andrew Stanton, premio oscar per Miglior film d'animazione con “Alla ricerca di Nemo” e “Wall-E” coadiuvato alla sceneggiatura con il premio Pulitzer Michael Chabon uno dei massimi esperti al mondo in miti popolari.
Andrew Stanton è uno dei fan sin da ragazzino della saga creata da Burroghs, ed ha personalmente acquisito i diritti cinematografici del personaggio pagandoli di tasca propria, covando sotto la cenere il suo più ambizioso progetto reso possibile solo dopo i successi, i soldi e i premi ottenuti con i suoi film con la Pixar.
La Disney diviene produttrice del film con un budget faraonico (si parla di 300 milioni di dollari) ma il risultato è all'altezza delle aspettative?

E qui subentrano tutti i dubbi in una pellicola che paga troppo dazio alle innumerevoli produzioni di genere succedutesi nel corso dei decenni che insieme ad una campagna pubblicitaria totalmente mal calibrata (lo hanno fatto sembrare un film per ragazzini) ne hanno decretato il fragoroso tonfo ai botteghini di tutto il mondo.
Eppure Stanton cerca di dare il suo meglio concentrando in poco più di due ore un materiale narrativo ed emotivo imponente, grazie ad un comparto visivo strabiliante dato dagli effetti speciali straordinari ma non eccessivi, la splendida fotografia di Daniel Mindel , l'eccellente montaggio di Eric Zumbrunnen (collaboratore di fiducia di Spike Jonze) e la preziosa colonna sonora scritta dal premio oscar Michael Giacchino.
Ovviamente la sceneggiatura soffre nel dover condensare un lungo romanzo in un blockbuster condiscendente ai bisogni fisiologici del grande pubblico e rende necessari passaggi didascalici e voce fuori campo in più punti per far intuire meglio cosa accade, ma la cura dei dettagli ed il lavoro certosino di tipica fattura Pixar bilanciano tutti i limiti del caso rendendo questo adventure fantasy meritevole di entrare nell'immaginario collettivo del genere ma che finirà nell'affollato dimenticatoio delle occasioni perdute. Come il sequel annunciato e poi abortito in seguito agli scarsi incassi.


VOTO 6,5


lunedì 2 aprile 2012

Hugo Cabret


Regia: Martin Scorsese
Distribuzione: 01 Distribution
Sceneggiatura: John Logan
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Scenografie: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
Musiche: Howard Shore
Costumi: Francesca Lo Schiavo
Con: Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ben Kingsley, Jude Law, Sacha Baron Cohen
Durata: 127'








Il 2011 verrà ricordato come l'anno in cui il grande cinema è tornato a posare il suo potente sguardo al passato, agli albori del cinema come i due film trionfatori agli ultimi oscar “The Artist” e “Hugo Cabret”, all'epoca d'oro artistica in “Midnight in Paris” e in tempi più recenti con “The Help”.
L'opera di recupero della storia del cinema e di restauro di alcune vecchie pellicole indirizzate alle nuove generazioni è divenuta la principale occupazione e premura dell'ormai settantenne Martin Scorsese, - ora alle prese ora con “C'era una volta in America” di Sergio Leone commissionato dai suoi familiari – ma si esplica in maniera più consistente e convincente con la trasposizione sul grande schermo del romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick. Una sfida interessante anzitutto perché per la prima volta il regista di origini italo-americane si cimenta con un film indirizzato ad un pubblico giovanile nonché per la curiosità circa l'utilizzo del 3D da parte di un grande autore.

Siamo nella Parigi degli anni 30, nella stazione di Montparnasse vive Hugo Cabret un ragazzino orfano che dopo la scomparsa dello zio ne prende il posto di lavoro come tecnico orologiaio all'insaputa di tutti. La sua vera passione pero' è rivolta verso un vecchio automa con cui insieme al padre qualche tempo prima che morisse in un incendio, passava le giornate cercando di riaggiustarlo. Hugo crede che quell'antico automa scrivano contenga l'ultimo messaggio del padre defunto e pur di farlo funzionare sottrae alcuni pezzi all'anziano giocattolaio della stazione finché non viene colto in flagrante e sarà costretto a lavorare per il vecchio George ed estinguere il suo debito.

La passione viscerale per il cinema viene sciorinata in ogni inquadratura da Scorsese, cimentandosi con le nuove tecnologie digitali e tridimensionali, con cui indica soluzioni e potenzialità del nuovo mezzo.
Dirige un opera contemporanea farcita di allusioni e citazioni (Pabst, Lumiere, Fellini, Keaton, Chaplin, Murnau etc..) ad un tempo perduto, un omaggio sincero e potente alla Settima Arte che è un godere per gli occhi ed il cuore.
Quel cuore che è chiave del meccanismo filmico rappresentato metaforicamente dall'enigmatico automa che campeggia nella vicenda.
Grazie anche alle splendide scenografie di Dante Ferretti di cui usufruisce, il 3D diviene funzionale alla narrazione, espressione stilistica e linguaggio d'immagini con potenzialità tutte da vagliare e scoprire con cui Scorsese sembra indicare nuovi scorci narrativi ai futuri registi.
La favola moderna di Hugo è intrisa di magìa, di commozione e meraviglia, il romanzo di formazione alla Oliver Twist intrattiene forse un po' farraginosamente la prima parte del film ed esplode successivamente in un tripudio di immagini, colori e sontuosità visive nella seconda. Omaggiare Meliès, il prestigiatore delle immagini per eccellenza e fautore di un cinema pensato come incanto e prodigio, è un monito e consiglio al tempo stesso di non abbandonare lo stupore e la meraviglia a cui il cinema sottende. Le nuove prospettive tecnologiche divengo con il maestro Scorsese opportunità e non ostacoli per riassemblare insieme i pezzi di quel grande meccanismo, quella dream machine che era, è e sarà sempre il cinema. Grazie Martin per avercelo ribadito!

VOTO 7,5

giovedì 16 febbraio 2012

Rassegna cinematografica "Punti di vista" terza ed.



Dopo il successo delle precedenti edizioni e a grande richiesta torna a Lanciano (Chieti) il cinema d'autore.
"I soliti ignoti" in collaborazione con Ciakcity cinema di Lanciano tornano con la terza edizione dell'acclamata rassegna di film d'essai perduti tra le maglie (sempre più strette per le pellicole indipendenti) della grande distribuzione cinematografica.
Sette gli appuntamenti che come di consueto allieteranno i martedì dei cinefili della zona a partire dal 21 febbraio fino al 3 aprile.
L'abbonamento per l'intera rassegna costerà 23 euro mentre il biglietto singolo 5 euro.
Questa la lista dei film e le date:



Come sempre le visioni saranno precedute da una piccola presentazione del de-romantico per una visione più consapevole riguardo la genesi della pellicola in questione.

Grafica by morango

mercoledì 15 febbraio 2012

The Help


Regia: Tate Taylor
Distribuzione: Touchstone pictures
Sceneggiatura: Tate Taylor
Fotografia: Stephen Goldblatt
Montaggio: Hervè De Luze
Scenografie: Mark Ricker
Musiche: Thomas Newman
Genere: Drammatico
Con: Emma Stone, Viola Davis, Jessica Chastain, Octavia Spencer
Durata: 137'








Siamo negli anni 60 a Jackson in Mississipi, Eugenia “Skeeter” Pelan (Emma Stone) torna a vivere a casa dopo gli anni universitari ma a differenza delle sue coetanee Skeeter è interessata soprattutto alla sua carriera piuttosto che mettere su famglia con relativa prole con grande costernazione da parte delle amiche già sposate e sua madre.
Trova un impiego presso un giornale locale in cui deve rispondere alla posta delle casalinghe ma impreparata sull'argomento inizia a farsi consigliare dalla domestica di una sua amica, Aibileen (ViolaDavis) che lentamente inizia a raccontarle la commovente storia della sua vita.
Skeeter, incoraggiata da un importante editore newyorkese, inizia a lavorare in segreto ad un progetto letterario in cui sono coinvolte altre cameriere di colore della città amiche di Aibileen e le loro storie, lavoro che mira a svelare i più radicati pregiudizi razziali della piccola comunità di Jackson ed un grido di speranza che scuota la nazione intera.

È la storia di una favola reale, di un progetto fortemente voluto e coronato da ben 4 nomination all'oscar. Ma andiamo con ordine. Il regista Tate Taylor e la scrittrice Katryn Stockett sono nati e cresciuti proprio a Jackson nonché amici da sempre. Prima di pubblicare l'omonimo romanzo (che poi sarebbe diventato un caso letterario ed un grandissimo best seller) la Stockett se lo è visto rifiutare dalle case editrici ben sessanta volte. L'amico regista Taylor dopo aver letto il manoscritto e prima ancora che fosse pubblicato decise immediatamente di acquistarne i diritti per farne un film. Propose il progetto al produttore Brunson Green, anch'egli di Jackson ed insieme decisero di trovare una società di produzione che fosse disposta a finanziare il progetto. Dopo vari anni i loro sforzi furono premiati e  finalmente il progetto si concretizza grazie anche all'interesse della Dreamworks; il seguito è storia recente. Costato appena 25 milioni di dollari solo negli Stati Uniti sbanca il botteghino incassandone 170, plausi entusiastici anche dalla critica e conseguenti nomination ai premi oscar 2012.

Quali sono le ragioni di tale successo? 
Anzittuto le interpreti, cast eccezionale tutto femminile (Viola Davis, Octavia Spencer e JessicaChastain tutte candidate all'oscar eccetto la pur brava Emma Stone) che in un film corale fa la differenza. E poi il décor patinato degli anni 50 tornato in voga oggi, con l'abbigliamento, gli abiti e le pettinature che nell'era della retròmania attuale s'incastra alla perfezione. Menzioni particolari alla spettacolare scenografia di Mark Ricker e la vivace fotografia di Stephen Goldblatt. Tutti ingredienti che miscelati a dovere hanno contribuito all'inaspettato successo della pellicola.
Certo la sceneggiatura è probabilmente il punto debole - classica e un po' ruffiana - che non piacerà ad una certa critica “raffinata”, ma i temi dell'intollerenza e dei pregiudizi razziali qui sono dipanati con profonda autenticità, seppur con fatti inventati tant'é che lo stesso regista ha dichiarato che negli anni sessanta in una città come Jackson era alquanto improbabile una cooperazione tra diverse cameriere di colore. La messa in scena pero' relega in secondo piano le fredde congetture razionali per lasciare spazio ed abbandonarsi al tepore caldo e confortante delle emozioni sciorinate a più riprese durante la durata (lunga) del film.

Perfettamente bilanciata tra ironia e drammaticità la pellicola di Taylor dribbla gli scetticismi iniziali e le accuse di inautenticità storica con una regia pulita e non ingombrante che punta tutto sul valorizzare le straordinarie interpreti sottolineando ancora una volta come il tema razziale rappresenti una ferita ancora aperta negli Stati Uniti  - oltreché materiale sempre pregiato per sceneggiature hollywoodiane di successo - attestandosi prepotentemente con nuovo ardore nel filone dei grandi classici del genere quali “Il buio oltre la siepe” “Lalunga strada verso casa” e “Il colore viola”.


VOTO 7