mercoledì 22 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi


Regia di Saverio Costanzo

Produzione: ITA 2010 Medusa

Sceneggiatura: Saverio Costanzo, Paolo Giordano

Fotografia: Fabio Cianchetti

Scenografie: Antonello Geleng

Musiche: Mike Patton

Genere: Drammatico

Con: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini

Durata: 118’




Alice e Mattia, due coetanei le cui esperienze tragiche vissute nell'infanzia producono un trauma che non li abbandonerà mai, influenzando in modo pesante e permanente le loro vite. Potrebbero amarsi, si sfiorano e si separano. Non consentono a se stessi di ritrovarsi ed insieme concedersi ciò che si sono sempre vietati ed inflitti. Come due numeri primi sono divisibili solo per uno o per se stessi e quindi destinati alla solitudine.

Saverio Costanzo (Private / In memoria di me) porta in concorso a Venezia l'attesa trasposizione cinematografica del celebre romanzo d'esordio di Paolo Giordano (che partecipa alla sceneggiatura) - caso letterario del 2008 con più di un milione di copie vendute, nonché premio Strega e Campiello - ma sin da subito se ne discosta dalle atmosfere e nella materia portante, destrutturandolo a partire dalla linearità narrativa che si alterna con continui salti temporali incentrati su tre periodi fondamentali delle vite grevi di Alice e Mattia.

La cifra stilistica adottata da Costanzo è netta e coraggiosa, una vicenda sentimentale tinteggiata di horror che s'innesta sin dalle prime battute - evidenziata da una colonna sonora curata da Mike Patton e sottolineata con una grafica ridondante - che sembra alludere a certe tensioni tipiche dei film di Dario Argento. Lo sguardo del regista si concentra sui corpi, deturpati e feriti, che mutano e e si plasmano in base al loro dolore, assurgendoli a veri protagonisti della vicenda, interpretati da una stupefacente Alba Rohrwacher e la sorpresa Luca Marinelli che imprimono sui loro corpi le fatiche di esigenze di copione estreme, donando veridicità assoluta ai loro personaggi.

Appare inevitabile che un autore così perentorio, con uno stile aspro e antinaturalistico che bandisce ogni sfumatura renda la pellicola estrema, cozzando con la materia scottante della popolarità del romanzo e ne risulti indebolita. Dall'altro canto le soluzioni adottate dal regista romano risultano affascinanti e farcite con dosi massicce di pathos e suspance che imprimono alla pellicola un sapore evocativo barocco e attraente, ma tutto rimane soffocato e imprigionato nella ricerca autoriale ed originale quasi ossessiva, finendo per implodere in se stesso.

Data la sua scelta di campo perentoria e precisa che deve far i conti con il peso specifico di una vicenda letteraria tanto amata, il film è destinato a dividere. L'abilità registica di Costanzo è palpabile e non ne esce intaccata, con angolazioni atipiche su tonalità cupe, impreziosite da stacchi netti e commenti sonori magistrali, ma viene sommersa dalla complessità psicologica del romanzo e dalla sua carica emotiva che si disperde lungo il racconto cinematografico discostandosene inesorabilmente.


VOTO 6









venerdì 3 settembre 2010

The Box



Regia di Richard Kelly

Produzione: USA 2009 Lucky Red

Sceneggiatura: Richard Kelly

Fotografia: Steven Poster

Scenografie: Alexander Hammond

Musiche: Owen Pallett

Genere: Thriller

Con: Cameron Diaz, James Mardsen, Frak Langella

Durata: 115’




USA, Virginia 1976. I coniugi Lewis si trovano in difficoltà economiche ma hanno la possibilità di ovviare ai loro problemi grazie ad una strana scatola consegnata il giorno prima da uno sconosciuto con il volto sfigurato, il signor Edwards. Lo strano individuo offre alla coppia un milione di dollari nel caso in cui nel giro di ventiquattro ore decidessero di premere il pulsante posto sulla scatola, conseguentemente però una persona a loro sconosciuta, nel mondo, morirà. In caso contrario, avrebbero solamente 100 dollari come rimborso per il disturbo recato, e la scatola verrebbe riprogrammata e proposta altrove.


Il talentuoso Richard Kelly, autore del film cult degli anni zero Donnie Darko, dopo l'ambizioso e deludente Southland Tales, flop al botteghino ed uscito solo in dvd da noi, ci riprova adattando per il grande schermo un racconto breve del geniale autore e sceneggiatore Richard Mateson, autore di quel Io sono leggenda trasposto al cinema qualche anno fa con protagonista Will Smith. Lo stesso script dell'autore è stato proposto negli anni 80 per il piccolo schermo nella famosa serie Ai confini della realtà. Kelly cerca di far sue le atmsofere paranoiche e claustrofobiche tipiche di Matheson - acuto e cinico indagatore dei limiti della morale e avidità umana- ma con scarsi risultati. L'impianto narrativo regge solo nella prima parte della pellicola, per poi perdere completamente il controllo successivamente ed impantanarsi infine in un pasticcio incomprensibile e patetico collocandosi a metà tra cinema di genere e film d'autore.

La qualità delle inquadrature è indiscutibile, ottime le scenografie e l'inquietante colonna sonora. A mancare qui non è certo l'impalcatura tecnica ma l'omogeneità narrativa che, noncurante della consequenzialità e logicità della storia, snatura e stravolge completamente l'intento dell'opera originale di Matheson, sfociando in grottesche scimmiottature alla Lynch, brancolando e barcollando in un accumulo di situazioni e stereotipi da fantascienza retrò, infarcendoli con discorsi filosofici sul libero arbitrio ed etica, tirando in causa persino Arthur C. Clarke e Jean Paul Sartre. Non aiutano e convincono oltremodo le interpretazioni degli impalpabili Cameron Diaz e James Marsden, e tocca al solito Frank Langella reggere la baracca recitativa.

Il plot narrativo viene risucchiato nella spirale della confusione e della noia, sprecando quanto di buono l'incipit aveva creato, con un occhio rivolto a certi film horror di culto anni 70. D'altronde la materia trattata si è rivelata nuovamente troppo ambiziosa e ricca di elementi, sfuggendo completamente al controllo del giovane regista americano che cerca di impreziosire con un lezioso egocentrismo autoriale che alla lunga stanca ed irrita. Ulteriore banco di prova mancato per uno dei più promettenti enfant prodige del nuovo cinema americano.


VOTO 5 Inconcludente


giovedì 24 giugno 2010

The Road


Regia di John Hilcoat

Produzione: USA 2009 Videa

Sceneggiatura: Joe Penhall

Fotografia: Javier Aguirresarobe

Scenografie: Robert Greenfield

Musiche: Nick Cave, Warren Ellis

Genere: Drammatico

Con: Viggo Mortensen, Kodi Smith-McPhee, Charlize Theron

Durata: 111’



La struggente storia di un padre e del proprio figlio costretti a sopravvivere in un mondo retrocesso ad uno stato primordiale post-apocalittico ed un'umanità che deve fare i conti con le conseguenze della propria feroce natura, sono alla base del bellissimo romanzo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2007 e la cui trasposizione sul grande schermo è stata affidata al talentuoso outsider John Hilcoat (The Proposition) che ne dirige un adattamento fedele e crudele aderendo alle atmosfere gelide ed aspre presenti nell'universo letterario di McCarthy.


Di fronte alla compattezza narrativa e lo stile asciutto del romanzo, il regista australiano sceglie saggiamente di eclissarsi mettendosi al servizio della storia, sorretta come un titano mitologico dall'interpretazione eccelsa di Viggo Mortensen, mai così bravo, mai così intenso, qui alla sua prova migliore. Ambientazioni desolate e suggestive carrellate sui cupi scenari di un mondo che muore lentamente, fanno da cornice ai sofferti tentativi di un padre di proteggere il figlio da una vita che non ha più un futuro da offrire. Unica concessione di dolcezza è riservato al ricordo, negli inserti onirici memori di un passato recente che sferza più che alleviare.

E' un film cupo e intenso, che fa male, come ogni cosa sublime che squarcia le resistenze della nostra integrità e ci mette a nudo. Dopo essere stato accolto lo scorso anno alla Mostra del cinema di Venezia è stato a lungo tenuto lontano dai nostri schermi perché ritenuto dai produttori una pellicola troppo triste.

L'unica tristezza è che in un'Italia di cinepanettoni e moccianate le perle siano ricacciate nell'oceano e che continuino a brillare sottotraccia solo per i pochi che si immergono a scovarle, l'unica consolazione è che nell'imbarbarimento culturale di questa epoca, cinema compreso, la loro luce ci ricorda che c'è ancora una bellezza a questo mondo. Purché rara e purché celata. Forse l'unica maniera di possibile.



VOTO 8



venerdì 4 giugno 2010

ADAM

Regia di Max Mayer

Produzione: USA 2009 20th Century Fox

Sceneggiatura: Max Mayer

Fotografia: Seamus Tierney

Scenografie: Tamar Gadish

Musiche: Christopher Lennertz

Genere: Sentimentale

Con: Rose Byrne, Hugh Dancy, Peter Gallagher

Durata: 99’



Adam (Hugh Dancy) è un giovane affetto dalla sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo, vive solo dopo la morte del padre, ha un lavoro (sebbene sia al di sotto delle proprie capacità) e nessun impedimento fisico. Apparentemente normale, le sue difficoltà son dovute alla mancanza di empatia con le persone, non riconosce ironia e metafore in un dialogo e ciò lo tende ad isolarsi perché non riesce a stabilire relazioni sociali con gli altri, se non quando parla della sua passione: l' astronomia.

La sua solitudine viene interrotta dall'arrivo di una nuova vicina di casa, Beth (Rose Byrne) una deliziosa e sensibile scrittrice di libri per bambini. Le due solitudini ed i due mondi così distanti si avvicinano con titubanza e speranza, fino ad instaurare una difficile quanto improbabile relazione.


Scritto e diretto da Max Mayer, vincitore del premio Sloan al Sundance Festival del 2009 è anch'esso affetto dalla sindrome di Asperger, un male atipico perché singolarità presente nelle persone dotate di grande intelligenza, nel passato infatti pare ne soffrissero Michelangelo, Mozart ed Einstein tra gli altri.

Il suo film si mantiene su toni formali e mai compiaciuti, funzionale alla narrazione senza sbavature o eccedenze stilistiche. Tuttavia lo script sembra prendersi troppo sul serio, edulcorato e standardizzato, privo di mordente negli snodi narrativi che sembrano scivolare via con troppa disinvoltura disperdendo il pathos costruito con arguzia e bravura in precedenza, puntando maggiormente sull'attività divulgativa della malattia che sulla vicenda.

L'inizio è intimo e molto ben curato, ma sembra promettere più di quel che può mantenere, si regge sull'interpretazione dei bravissimi Hugh Dancy e Rose Byrne (vincitrice di una coppa Volpi a Venezia qualche anno fa) bravi nel tratteggiare dei personaggi fragili alle prese con situazioni delicate ed imprevedibili.

Benché il film soffra di una sorta di eccessivo realismo fiabesco piuttosto preconfezionato mantiene in ogni caso un certo pregio nel mostrare con delicatezza la parabola di un ragazzo alle prese con un'intimità sconosciuta che cerca di entrare nei gangli della vita, che tra scoperte e dolori ineluttabili si dipana verso un finale per nulla scontato.


VOTO 6

sabato 15 maggio 2010

Fantastic mister Fox

Regia di Wes Anderson

Produzione: USA Gran Bretagna 2009

Sceneggiatura: Wes Anderson/Noah Baumbach

Fotografia: Tristan Oliver

Scenografie: Nelson Lowry

Musiche: Alexandre Desplat

Genere: Animazione

Con: George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray

Durata: 87’




Nell'era del 3D imperante e delle nuove tecnologie l'estroso enfant prodige del cinema underground americano Wes Anderson (I Tenenbaum/Un treno per Darjeling) torna agli albori della settima arte realizzando un film d'animazione con la tecnica dello stop-motion, il cosidetto passo-uno, fotografando i pupazzi immagine per immagine.Tuttavia, questa tecnica particolare non sembra deviare dal percorso cinematografico del regista dandy americano, mantenendo inalterata la personale cifra poetica e stilistica:colori sgargianti che da sempre caratterizzano la sua filmografia, raffinatezza delle componenti artigianali fino alla caratterizzazione dei personaggi sempre eccentrici e stralunati.

Tratto da un celebre libro per l'infanzia dello scrittore gallese Roal Dahl Furbo,il signor Volpe - autore anche de La fabbrica di cioccolato portato sul grande schermo da Tim Burton – Fantastic Mister Fox è anzitutto una delizia per gli occhi, un'esplosione elegante di colori e musiche che s'innestano su situazioni divertenti e battute brillanti. Emergono, come dicevamo, i temi cari al regista texano, al centro dei suoi film vi è sempre la famiglia in cui l'amore coesiste con il disagio e l'intelligenza spesso è sinonimo di solitudine, e tratteggia autobiograficamente il suo stile dandy attorno al personaggio di Mister Fox, una raffinata volpe che non sa resistere alla sua natura di ladro di polli.

La “famiglia” di Anderson è anche qui presente, con i vari Schwartzman e fratelli Wilson che accompagnano tutte le sue pellicole e qui prestano la voce ai vari personaggi di contorno, mentre la voce dei signori Fox è affidata alle star George Clooney e Meryl Streep impreziosendo ulteriormente la pellicola con la loro verve.In bilico tra classe e leziosaggine il cinema di Anderson ammalia e seduce con il suo mood post-moderno dall'evidente e sapiente gusto retrò, immerso in situazioni tragicomiche illuminate dai colori iper accesi e costellato da disegni infantili, e ci regala un piccolo gioiellino, confermandosi come uno degli astri nascenti del cinema d'autore a stelle e strisce con propensioni manieristiche che strizzano l'occhio al pop.


VOTO 7,5



martedì 4 maggio 2010

L'uomo nell'ombra

Regia di Roman Polanski

Produzione: USA/Germania/Francia 2010

Sceneggiatura: Robert Harris/Roman Polanski

Fotografia: Pawel Edelman

Scenografie: Albrecht Konrad

Musiche: Alexandre Desplat

Genere: Thriller

Con: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Catrall

Durata: 133’




L'ex primo ministro inglese Adam Lang (Pierce Brosnan) si trasferisce su un'isola del New England insieme alla moglie (Olivia Williams), l'amante-segretaria (Kim Catrall) e le sue guardie del corpo per redigere la propria autobiografia. Verrà ingaggiato un giovane ghostwriter (Ewan McGregor) per aiutarlo nella stesura delle sue memorie, in sostituzione del precedente scrittore morto in circostanze misteriose. Poco dopo l'ex premier verrà accusato di crimini di guerra durante il suo mandato nei confronti di alcuni sospetti terroristi, e lo scrittore scoprirà durante il suo lavoro scottanti segreti che riguardano proprio il passato di Adam Lang e la sua famiglia.


Polanski traspone sul grande schermo uno dei successi letterari della scorsa stagione “The Ghostwriter” di Robert Harris che qui cura anche la sceneggiatura, dopo che naufragò il progetto di un kolossal tratto dal romanzo precedente di Harris “Pompei”. Arrestato dopo la fine delle riprese a Zurigo, la post-produzione è stata continuata dallo stesso regista nella sua tenuta a Gstaad, dove è attualmente detenuto agli arresti domiciliari per le note vicende giudiziarie.

Presentata alla 60esima Mostra del Cinema di Berlino, dove il regista ha vinto l'Orso d'argento, questa pellicola rappresenta un ritorno al passato per Polanski, dopo il flop del precedente lungometraggio tratto dal capolavoro letterario “Oliver Twist” risalente a cinque anni fa.

Le atmosfere sono chiaramente hitchcockiane, ambientazioni e climax classici che rievocano proprio le vecchie pellicole del maestro britannico, innestate su una sceneggiatura quadrata e solida che si srotola lentamente con machiavellica precisione.

Il regista ebreo è abile a maneggiare gli elementi oscuri e a tessere una tela d'ambiguità che avvolge ogni cosa facendoci dubitare di tutto e di tutti, rileggendo vicende reali attraverso le tinte del giallo che ribadisce al suo interno il potere intrinseco della scrittura.

Un ritorno alle origini dicevamo, che rimane sui binari comodi del film di genere dall'impalcatura mainstream, ma non rinuncia a distillare le gocce immacolate della poetica del maestro polacco che s'insinua nelle crepe della pellicola con un eleganza ed un astrattismo di cornice che in questi tempi di vacche magre rappresenta sempre un porto sicuro a cui attraccare.


VOTO 7


venerdì 23 aprile 2010

Shutter Island

Regia di Martin Scorsese

Produzione: USA 2010 Medusa

Sceneggiatura: Laeta Kalogridis

Fotografia: Robert Richardson

Scenografie: Dante Ferretti

Musiche: Robbie Robertson

Genere: Drammatico

Con: Leonardo Di Caprio, Ben Kingsley, Mark Ruffalo

Durata: 138’



1954. Gli agenti federali Edward Daniels (Leonardo Di Caprio), nel film chiamato anche semplicemente Teddy, ed il suo collega, Chuck Aule (Mark Ruffalo), vengono mandati all'Ashecliff Hospital, ospedale che si trova su Shutter Island ed è specializzato nella cura di criminali insani di mente. I due agenti devono investigare sulla scomparsa di Rachel Solando (Emily Mortimer), una paziente svanita nel nulla da una stanza blindata. Il dottor John Cawley (Ben Kingsley), primario dell'ospedale psichiatrico, spiega che Rachel è stata ricoverata dopo aver ucciso affogando i suoi tre figli, ma, ciononostante, lei crede ancora di trovarsi a casa e che i suoi figli siano ancora vivi.


Scorsese torna con un thriller psicologico tratto da un romanzo di Dennis Lehane, autore da cui il cinema ha attinto a piene mani (Mystic River e Gone Baby Gone gli altri due romanzi trasposti sul grande schermo), giocando con la materia collaudata di un topos narrativo affidabile del noir dai tratti onirici. La sceneggiatura, seppur oscura e non permeabile in certi passaggi, si dipana progressivamente in un lento incedere che tiene incollati alla poltroncina, grazie alla cura maniacale dei dettagli scenografici del nostro Dante Ferretti insaporiti dalla fotografia cupa e sporca di Robert Richardson che rende l'atmosfera tesa e nebulosa a dovere contribuendo ad esaltare il disturbante senso claustrofobico dell'isola carceraria.

Isola che non è soltanto un luogo fisico ma è anche un labirinto mentale da cui a volte sembra difficile districarsi, così come impossibile sembra fuggire da quel luogo ameno una volta abbattutasi la tempesta. Emergono ancora una volta i temi cari al regista di origini italo-americane come il profondo senso di colpa, il confine labile tra sanità e follia, ed il tentativo di redenzione cercando di lottare contro sé stessi evidenziati ancora una volta in maniera impeccabile dal nuovo attore feticcio scorsesiano Leonardo Di Caprio, qui alla sua quarta collaborazione consecutiva con il regista di Boston, in barba ai detrattori dell'Academy da cui è ignorato ogni anno per le candidature agli Oscar.

La solidità tecnica e la qualità stilistica soddisfa anche i palati cinematografici più esigenti, in cui ritroveranno numerosi omaggi del regista ai vecchi noir americani, passando dalle parti di Hitchcock fino ad arrivare all'espressionismo tedesco.

Alcuni passaggi stridono con le tonalità cupe del film, ma si tratta di piccole sfumature che non incidono narrativamente, il cui plot è tutto fatto d'incastri e rompicapi mentali che costringerà lo spettatore ammaliato e confuso ad una seconda visione certamente necessaria ma non indispensabile al gradimento finale dell'opera di Scorsese.

VOTO 7