lunedì 16 dicembre 2013

Le migliori serie tv 2013


THE AMERICANS
Le vicende di una coppia di agenti segreti sovietici del KGB operanti illegalmente negli Stati Uniti negli anni ottanta durante la Guerra Fredda. Una delle migliori serie in circolazione avvincente e complessa immersa in uno scenario sofisticato e ricco di suspense. Definita da Stephen King la miglior serie dell'anno.






WILFRED
Sit-com americana con protagonista Elijah Wood (Il signore degli anelli) nei panni di Ryan, un avvocato depresso ad un passo dal suicidio a cui viene chiesto di accudire il cane della sua vicina, Wilfred che solo lui vede come un essere umano travestito da cane. Irriverente, politicamente scorretto, e verboso, prodotto da uno dei creatori de I Griffin David Zuckerman.


THE NEWSROOM
Creata dal genio premio oscar Aaron Sorkin (The social network) perla HBO la serie segue le vicende personali e lavorative dell'anchorman Will McAvoy interpretato da Jeff Daniels e di tutta la redazione del network statunitense ACN. Impianto teatrale, dialoghi serrati e incalzanti che tengono incollati allo schermo. Emmy Award per miglior interprete maschile.



UNDER THE DOME
Basata sul romanzo The Dome di Stephen King narra della cittadina del Maine di Chester's Mill, che inspiegabilmente si ritrova tagliata fuori dal resto del mondo a causa di un misterioso ed impenetrabile campo di forza che circonda la cittadina. Imperdibile per gli amanti dei serial misteriosi alla Lost










         



venerdì 11 ottobre 2013

RUSH

Regia di Ron Howard
Produzione:  USA 2012 01 Distribution
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musiche: Hans Zimmer
Scenografia: Mark Digby
Montaggio: Daniel P. Hanley, Mike Hill
Con: Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino

Durata: 123’









Il due volte premio oscar Ron Howard torna a far coppia con lo sceneggiatore Peter Morgan, una delle penne cinematografiche migliori nel panorama odierno, ed anch’esso due volte nominato agli oscar. Dopo la felice esperienza di Frost/Nixon, duello storico tra due personaggi realmente esistiti, come in questo adrenalinico Rush ambientato nel mondo spietato e leggendario della Formula 1 e tutto incentrato sulla rivalità tra il talentuoso playboy inglese James Hunt (Chris Hemsworth) e il cinico e intransigente pilota austriaco Niki Lauda (Daniel Bruhl). La vicenda si sofferma sugli anni d’oro e glamour del circo della Formula 1 e precisamente sul tragico ed epico mondiale del 1976 che vede i due piloti battersi per il titolo iridato, mostrandoci le loro vite private e il loro approccio al mondo delle corse. Due caratteri opposti, due visioni differenti della vita e dello sport, amici e rivali a confronto in uno dei duelli più belli della storia sportiva.

Ci voleva nuovamente la raffinatezza della scrittura di Peter Morgan per valorizzare il talento dell’ex Richie Cunnigham che dopo le due statuette  e i blockbuster spazza botteghino (Il codice Da Vinci/Angeli e Demoni) sembrava offuscato e incatenato alle logiche nei meandri del mainstream senza alcuna velleità. Qui riesce a coniugare le due anime, seppur parlare di autorialità pare eccessivo, maneggiando le difficoltà del biopic movie oramai con leggiadria e competenza, con scene d’azione mai fine a se stesse, inquadrature mozzafiato ricche di prospettive differenti (primissimi piani, interno del casco, bordo pista, il muso della vettura) alternate ai bei momenti fuori dalle piste e nei confronti dialogati tra i due protagonisti. 

La scelta di una fotografia in grana grossa e con colori poco saturi risulta azzeccata, vintage e moderna al contempo con le musiche di Hans Zimmer perfettamente bilanciate tra velocità ed epicità. Un plauso anche ai due attori, decisamente a loro agio nei panni dei due piloti nonché fisicamente straordinariamente somiglianti. Ritmo, suspense, azione e una malinconia di sottofondo regalano al film un pathos narrativo teso e coinvolgente che fa della pellicola il miglior film sulla Formula 1 di sempre, restituendo appieno allo spettatore l’emozione di una sfida senza tempo. 
VOTO 7

mercoledì 31 luglio 2013

Le serie tv da non perdere 2013

DOWNTOWN ABBEY
Serie televisiva dell'anno, vincitrice di 6 Emmy Awards e un Golden Globes come miglior mini-serie è uno dei fenomeni seriali degli ultimi tempi. Una produzione anglo-americana in costume ambientata agli inizi del novecento durante la fine dell'età edoardiana nella fittizia tenuta nello Yorkshire che dà il titolo all'opera. Ascolti alle stelle per le sue puntate, scrittura raffinata e attori eccelsi per uno show che dal 2011 è nel Guinnes dei primati come show dell'anno più acclamato dalla critica e nel 2012 diviene la serie non americana ad ottenere più nomination agli Emmy award, ossia gli oscar televisivi. Decisamente imperdibile.



SHAMELESS
Basata sull'omonima serie originale inglese che narra le vicende di una disastrata famiglia della periferia di Chicago composta dal padre alcolizzato Frank (interpretato da un divino William H. Macy) ed i sei figli dei quali la maggiore, Fiona si prende cura di tutti. Sceneggiatura notevole, piena di ritmo, politicamente scorretta e dotata di un insolito umorismo ed ottimismo di fondo è una di quelle serie imperdibili che vi farà appassionare alle disavventure di questa famiglia disfunzionale che imparerete ad amare.

SHERLOCK
Una mini serie da tre puntate di novanta minuti circa, come dei film in pratica la cui terza stagione confermatissima è anch'essa in lavorazione. Versione adattata ai giorni nostri dei romanzi di sir Conan Doyle sul famoso investigatore Sherlock Holmes ed il suo assistente, il dottor Watson interpretati da due attori divenuti ora delle celebrità come il perfetto Benedict Cumberbatch (villain di successo nell'ultimo Star Trek) e Martin Freeman (il Bilbo Baggins della nuova trilogia di Peter Jackson, Lo Hobbit). Una serie arguta e priva d'imperfezioni che vi farà amare la cura dei dettagli.


BLACK MIRROR
La mini serie perfetta. Ogni stagione composta da tre episodi (la terza stagione è in fasi di lavorazione) ed ogni episodio ha trama e cast differenti. Unico comune denominatore è la tecnologia, lo schermo nero (il black mirror del titolo) dei telefoni, tv, computer e tablet. Gli effetti del progredire della tecnologia e dei media nelle nostre vite ed i suoi effetti nefasti in storie difficili da dimenticare. Bastano pochi minuti della prima puntata per farvi urlare al capolavoro. Vedere per credere.

martedì 16 luglio 2013

La grande bellezza

Regia di Paolo Sorrentino
Produzione:  ITA 2012 Indigo Filmm Medusa Films
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino Umberto Contarello
Fotografia: Luca Bigazzi
Musiche: Lele Marchitelli
Montaggio: Cristiano Travagliolo
Con: Tony Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Durata: 150’









Erano tante le aspettative sul nuovo chiacchieratissimo film di Paolo Sorrentino, talentuoso artista piuttosto che mero regista, qui alla prova più ambiziosa e pretenziosa in concorso al festival di Cannes. Questa volta torna dalla Croisette a mani vuote e nessuna menzione ma subito riscattato al botteghino in cui risulta il suo film più visto di sempre.

Difficile recensire un’opera (più che un film) così ridondante, ammaliante, pregna, mistica e per certi versi metafisica persino. Tanta (troppa?) roba sul fuoco, ma siamo dalle parti del grande Cinema quello con la C maiuscola, che s’intravede sin dalla prima inquadratura, introdotto dalle celebri carrellate tanto care e imprescindibili al regista napoletano.
Una Roma ricca eppure vuota, un vuoto che porta un assenza di senso, come pure i personaggi che si agitano dentro il suo ventre e faticano a trovare un senso nelle cose.
Un corpo martoriato eppure splendido quello della città eterna, visto con uno sguardo famelico, impietoso eppure benevolo talvolta, dall’occhio ordinato e geometrico della cinepresa di Sorrentino, esaltato e corrotto dalla luce perfetta di Luca Bigazzi e sottolineato sontuosamente e drammaticamente dalle musiche di Lele Marchitelli.

Il personaggio di Jep Gambardella, il cui animo disincantato viene indelebilmente contaminato dalle molteplici tentazioni e la meraviglia della Capitale a cui spesso si affianca l’effimero, a cui è giunto presto dopo il precoce successo letterario giovanile, ed  incarnato in maniera sublime da Tony Servillo, attore feticcio e superbe interprete della poetica sorrentiniana a cui l’autore partenopeo conferisce tutta la sua aura ironica e intellettuale e quel cinismo malinconico e letterario che gli appartengono.
Seguiamo le vicende anti-narrative e i pensieri di Jep Gambardella con la dolce e tremenda percezione che non si vada da nessuna parte, un affresco poetico e sinuoso del nulla, così come Flaubert fece con il suo romanzo più famoso, una dichiarazione d’intenti artistica precisa e sottovalutata.

Il film si muove all’interno di un contesto sociale attuale, tipicamente italiano e prettamente romano e tenta arditamente di fare un’analisi sul presente ma non si esaurisce in nessun modo in un resoconto realistico dei giorni nostri, ma un sottile sguardo sul decadimento volgare di una città simbolo e forse anche di un Paese.
Tutti i personaggi si muovo in un tempo indefinito, quasi un contro-tempo, spesso notturno, e tutti scelgono di non vivere e di crogiolarsi nel senso indefinito di vacuità tra cui splendide emergono le figure di Romano e Ramona (sfiziosa gioco di nomi) interpretati da un insolito e drammatico Carlo Verdone e una bravissima Sabrina Ferilli.
Il sentimento e la bellezza vanno cercati anche in coloro che nella vita di tutti i giorni ci fanno una certa impressione o addirittura repulsione, il cinema di Sorrentino (innamorato da sempre dei suoi personaggi) permette questo meraviglioso gioco, di amare anche chi normalmente non è amabile ed il film prova a fare esattamente questo, a cercare la bellezza dietro lo squallore, il patetico e anche una certa volgarità.

Arriviamo infine all’annosa questione del paragone con il maestro Fellini e il suo affresco di Roma in quel capolavoro eterno che è La dolce vita (omaggiata volutamente con il cameo di Fanny Ardant in una scena in Via Veneto): il lungometraggio di Sorrentino non è un tentativo emulativo di richiamare quelle vette artistiche ma perlopiù una tensione ad ambire quelle cime pur essendo organicamente qualcosa di ben diverso e nonostante si muova negli stessi scenari e si cali nelle simili atmosfere decadenti dilettandosi in molte citazioni. Ambizioni legittime  per ogni regista cresciuto a pane e immagini e di conseguenza non una colpa. Qui non trattiamo certo di un capolavoro del cinema mondiale, ma  lasciatemi consentire di affermarlo: che grande bellezza, signori!


VOTO 7,5

mercoledì 5 giugno 2013

Il grande Gatsby

Regia di Baz Luhrmann
Produzione:  USA 2012 Warner Bros
Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Craig Pearce
Fotografia: Simon Duggan
Scenografie: Damien Drew, Ian Gracie
Musiche: Craig Armstrong
Montaggio: Matt Villa, Jason Ballantine, Jonathan Redmond
Con: Tobey Maguire, Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Joel Edgerton

Durata: 142’








Della versione cinematografica dell’immortale romanzo di J. S. Fitzgerald da parte dell’eccessivo post-pop colorato di Baz Luhrmann se ne parlava ormai da anni, dopo varie tribolazioni produttive e distributive (annunciato per natale scorso e uscito a maggio) finalmente vede la luce la versione sontuosa e kitch del capolavoro della letteratura americana del novecento.

E mai progetto fu più ambizioso per l’eclettico regista australiano deciso a confrontarsi con uno dei sacri caposaldi della cultura letteraria a stelle e strisce in un percorso impervio e pieno di trappole. La sinossi è conosciuta ai più. Nick Carraway (Tobey Maguire) un giovane aspirante scrittore si trasferisce a New York di fronte la sontuosa villa di un misterioso milionario, Jay Gatsby (Leonardo Di Caprio) in cui ogni sera vengono date feste memorabili. La sofisticata cugina di Nick, Daisy (Carey Mulligan) sposata con un ex campione di polo milionario, nasconde un passato amoroso proprio con Gatsby e Nick sarà il tramite per il loro incontro a distanza di più di cinque anni.

Luhrmann torna a unire la sua cifra stilistica fatta di dramma e musica che gli ha relegato un posto comodo tra le nuove leve hollywoodiane dopo i fasti di Romeo + Giulietta e Mouline Rouge e reduce dal flop di Australia, in un kolossal pacchiano di ricchezza visiva ostentata e reiterata.
Tolto il lungo incipit d’apertura, espediente inutile e evitabile, la prima mezz'ora scorre via come un lungo sorso di champagne giù per la gola, gradevole e seducente.

Tutta la gigantesca macchina scenica ed i suoi ingranaggi narrativi funzionano alla perfezione, e raggiunge lo zenith con le celebri scene della feste ambientate nella fastosa villa di Gatsby. Poi inspiegabilmente proprio quando entra in scena Di Caprio-Gatsby il film sembra perdere quota e invece che spingere sul pedale dell’estro e della magnificenza visiva il buon Baz si siede, i movimenti di macchina acrobatici e insistiti si attenuano mantenendo la velocità di crociera del racconto dal taglio quasi “classico” se non stessimo parlando di un istrionico regista esteta pop della settima arte.
Sembra quasi che la materia letteraria imponente scivoli tra le mani di Luhrmann, intimorito da tanta autorevolezza e si lasci andare a manovre caute e accomodanti.
Non che non funzionino, sia chiaro, tutto brilla di luce propria, compreso Di Caprio che tenta di contenere la propria verve al servizio della storia in maniera egregia ma l’audacia registica viene meno conservando le dinamiche narrative originali del libro (poco male) e dirigendosi mestamente verso un finale il cui colpo di coda è un sussulto piacevole.

Non tutto combacia alla perfezione, il tema principale del guardare da dentro e al contempo guardarsi al di fuori secondo il punto di vista di Nick non è quasi mai pienamente raggiunto e la Mulligan poco adatta al ruolo, ma il castello d’immagini non crolla neanche sotto il peso di tanta aspettativa. Un buon prodotto cinematografico che non tradisce eccessivamente il romanzo ed è forse questo sia il pregio migliore che il peggior difetto della pellicola.
Da Luhrmann ci si aspettava francamente qualcosa di più ardito forse, ma che bellezza per gli occhi, fatuo ed effimero come fuochi d’artificio che una volta finiti si dimenticano presto.


VOTO 6

venerdì 22 marzo 2013

Re della terra selvaggia


Regia: Benh Zeitlin
Distribuzione: Fox Searchlight
Sceneggiatura: Benh Zeitlin, Lucy Alibar
Fotografia: Ben Richardson
Montaggio: Affonso Golçalves, Crocket Doob
Costumi: Stephani Lewis
Scenografie: Alex DiGerlando
Musiche: Benh Zeitlin, Dan Romer
Con: Quvenzhané Wallis,
Durata: 93'









Lungo, tortuoso e improbabile è stato il cammino di questa opera prima di Benh Zeitlin, nuovo enfant prodige del cinema americano, che lo ha condotto sino al salotto di casa Obama che lo ha insignito di miglior film dell'anno e poi da outsider sino a Los Angeles alla notte degli oscar dove la sua creatura cinematografica concorreva in quattro categorie tra cui quelle principali di miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista.
Un budget irrisorio, la scelta coraggiosa e insolita di girare nel formato raro del 16mm insieme ad una piccola troupe professionale e l'aiuto di decine di residenti locali in Lousiana, avvalersi di un gruppo di attori non professionisti sui quali svetta la piccola e straodinaria Quvenzhanè Wallis, 6 anni all'epoca delle riprese (mentì sull'età per partecipare ai provini e attrice più giovane di sempre ad ottenere una nomination agli oscar), e inoltre colonna sonora maestosa e aggraziata composta dallo stesso Zeitlin insieme all'amico Dan Romer, sono gli ingredienti del successo di questo piccolo gioiellino che ha esordito al Sundance Festival vincendo il Gran premio della giuria.
Successivamente trionfa sulla croisette di Cannes dove nella sezione Un certain regard si aggiudica la Camera d'or e da lì in poi premi e riconoscimenti in tutto il mondo.

Lo script è semplice e originale al contempo, e narra da un punto di vista infantile le vicende di Hushpuppy, una bimba che abita con il padre malato Winky in una piccola comunità tagliata fuori dal mondo civilizzato, al contatto con la natura nel villaggio chiamato Bathub “La grande vasca” in un tempo in cui i ghiacciai si stanno sciogliendo, permettendo ad antiche creature preistoriche chiamate Aurochs di ridestarsi, i livelli dei mari stanno salendo e gli uragani diventano sempre più catastrofici. In questo scenario apocalittico la piccola Hushpuppy dovrà imparare a sopravvivere in quel mondo selvaggio, senza abbandonarlo e diventarne un giorno la regina. Ma prima deve trovare la madre che non ha mai visto e parte alla sua ricerca.

Con i contorni di una favola allegorica di matrice ambientalista Benh Zeitlin ci accompagna in un percorso farcito di realismo magico, in cui i contorni tra fiaba e realtà si mescolano e compenetrano con una cifra stilistica che s'inerpica leggiadra sul filo che divide la poesia dalla retorica. Estasi di immagini sincere e sontuose che donano quell'aurea di autenticità che permea la pellicola, un po' parabola dell'umanità e un po' racconto di formazione immaginifico enfatizzato dal toccante voiceover alla Malick che imbelletta e seduce restituendo allo spettatore dopo la visione una leggera carezza all'animo.
Una piccola storia che diviene racconto universale, struggente che ammalia e sussurra all'intimo di ognuno di noi.


VOTO 8

mercoledì 20 febbraio 2013

Flight


Regia: Robert Zemeckis
Distribuzione: Universal Pictures
Sceneggiatura: John Gatins
Fotografia: Don Burgess
Montaggio: Jeremiah O'Driscoll
Costumi: Louise Frogley
Scenografie: Nelson Coates
Musiche: Alan Silvestri
Con: Denzel Washington, Kelly Reilly, Don Cheadle, John Goodman
Durata: 138'








Whip Whetaker è un pilota di linea con un grave problema di alcolismo. Dopo una notte di bagordi con una sexy hostess il comandante si prepara ad affrontare l'ennesima tratta aerea, ma il volo che doveva essere una tranquilla corsa verso Orlando si trasforma in un incubo, l'aereo perde i comandi e comincia a precipitare. Il comandante è costretto ad una manovra d'emergenza spettacolare ed improbabile ma sorprendentemente efficace che gli permette di concludere un atterraggio di fortuna lontano dal centro abitato salvando novantasei persone a bordo perdendone solo sei. Eroe di stampa e pubblico Whitaker dovrà vedersela con le indagini interne della compagnia aerea che dovrà capire i motivi della sfiorata tragedia.

Perduto da un decennio oramai nei meandri della motion capture - tecnologia a cui ha contribuito ad affinare e fare evolvere - con la trilogia animata (Polar Express, La leggenda di Beowulf e A christmas Carol) Robert Zemeckis rinsavisce e finalmente torna al cinema classico, quello che ne ha decretato il successo presso il grande pubblico e pioggia di nomination agli oscar con pellicole oramai di culto come la trilogia di Ritorno al futuro, Forrest Gump, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Cast Away solo per citarne alcuni.

La storia del pilota eroe, perseguitato dai suoi demoni interiori è dominata dalla figura imponente di Denzel Washington, in una delle migliori interpretazioni di sempre, condita dalla nomination all'oscar per il ruolo, che dà corpo e anima ad un personaggio in conflitto con la propria natura alle prese con un lento e lungo cammino di accettazione e comprensione in una parabola introspettiva intensa e sofferta, che deraglia spesso e volentieri dai binari classici del genere, grazie all'ottima sceneggiatura del giovane John Gatins impreziosita dalle inquadrature ardite e a tratti sperimentali del mai domo Zemeckis che a sessantun'anni impartisce ancora lezioni di cinema, quello con la C maiuscola, ai giovani cineasti e cinefili. 

Inutile dire che tutto ruota attorno a Denzel Washington, ma anche i comprimari riescono a ritagliarsi ruoli piccoli ma convincenti, dalla bella e tossica Kelly Reilly, l'altero avvocato Don Cheadle e soprattutto uno strepitoso John Goodman che quando irrompe sulla scena oscura tutto e tutti.
La regia di Zemeckis è istrionica ed ambivalente: da una parte la tensione catastrofica e spettacolare, dall'altra l'intima, sofferta e ferma focalizzazione sulla discesa agli inferi del suo personaggio. Due ore di puro cinema, un volo cinematografico il suo quasi perfetto senza turbolenze, con alcune sequenze indimenticabili che diventeranno presto un cult.
Bentornato tra gli umani in carne ed ossa Robert, ci eri mancato, davvero.


VOTO 7,5